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L’Europa alla prova dell’ecologia di guerra

#25Gennaio  #Ambiente  #ecologia  #Transizione 

Contenuto originale di InsideOver
Si dice, si ripete, che l’Italia rappresenti “un laboratorio” capace di produrre in un modo stupefacente nuove forme politiche. Senza scomodare il famigerato cantiere del ventennio, bisogna notare che da Tangentopoli, fino all’immaginario partito digitale del Movimento Cinque Stelle, dalla traiettoria di Berlusconi al “tecnosovranismo” di Giorgia Meloni il sistema politico italiano ha prodotto negli ultimi decenni delle formule che hanno anticipato alcune delle principali tendenze globali.
Da qualche anno a questa parte, però, un’eccezione piazza il nostro Paese in una strana retroguardia: mentre i partiti verdi stanno vivendo una fase di crescita elettorale in Europa che li conduce al centro dei giochi istituzionali, in Italia si nota l’assenza di un movimento ecologista strutturato su grande scala. Si tratta di un fenomeno che ha varie cause, ma un effetto chiaro: il dibattito sulla transizione energetica e i rischi climatici non è sempre affrontato con attenzione – con l’attenzione che l’effettuale impone quando si cerca di ragionare di cose politiche strutturanti.
Derubricando l’ecologia a fatto di costume, a movimento utopico o a fenomeno di secondo piano su cui ironizzare, si rischia di perdere di vista il dibattito profondissimo che articola la transizione climatica con la politica economica e l’esplosione delle rivalità geopolitiche in questa nuova fase della mondializzazione: l’Inflation reduction act (IRA) promosso dall’amministrazione Biden nell’estate del 2022 e il Quattordicesimo Piano quinquennale definito da Xi Jinping nell’ottobre del 2021 sono solo due pilastri di questo processo fondativo. Entrambi ci insegnano che in fondo uno degli elementi determinanti nei nostri anni Venti non è tanto il fatto che l’ecologia riconfiguri lo spazio politico, ma che l’insieme degli elementi che si trovano nello spazio politico siano strutturati politicamente dall’ecologia.
Un esempio molto concreto che permette di rendersi conto di questo passaggio è rappresentato dalla guerra in Ucraina. La guerra di Putin produce un terremoto nella riconfigurazione geopolitica planetaria in corso. Per capire le trasformazioni che sta producendo in Italia e in Europa vale la pena partire da una lettura non solo energetica, ma fondamentalmente ecologica.
Il concetto di “ecologia di guerra” è stata sviluppato dal brillante filosofo francese Pierre Charbonnier nelle pagine del Grand Continent qualche settimana dopo l’invasione dell’Ucraina, facendo poi oggetto di una pubblicazione scientifica (War Ecology: A New Paradigm). Il suo ragionamento può essere sintetizzato nel modo seguente:
“L’ecologia politica, da un lato, è ridefinita dalla geopolitica, perché l’orientamento verso la sostenibilità può basarsi sulla necessità di combattere contro un rivale strategico – in questo caso la Russia, uno Stato petrolifero che usa l’energia come un’arma – ; la geopolitica è reciprocamente influenzata dall’imperativo climatico, che ridisegna la mappa degli asset e degli ostacoli nella transizione.”
Questa lettura ha una dimensione infrastrutturale e ha prodotto degli effetti importanti, definendo la reazione alla guerra in Ucraina della Commissione e degli Stati europei. Dal 24 febbraio 2022, l’energia fossile – responsabile di oltre due terzi delle emissioni globali di gas serra secondo le stime dell’Agenzia Internazionale dell’Energia – è al cuore della guerra di Putin.
Nel 2021, la Russia forniva il 40% delle importazioni totali di gas naturale dell’Europa. Oggi, l’imperativo di rendere l’Unione indipendente dalle importazioni di idrocarburi russi è legato sia alla volontà di indebolire la capacità bellica di Mosca sia alla necessità di accelerare la lotta al cambiamento climatico per mantenere vivo l’obiettivo dell’Accordo di Parigi.
Diversi indicatori ci permettono di cogliere le trasformazioni in atto: in primo luogo, il massiccio sostegno degli Stati membri per proteggere i consumatori dall’aumento dei prezzi dell’energia è il segno più visibile dell’intervento statale nel settore energetico, che è destinato a continuare producendo un cambiamento delle logiche di mercato. In totale, dall’autunno 2021, i Paesi europei hanno speso più di 700 miliardi di euro.
C’è poi la diversificazione delle fonti di approvvigionamento: sebbene gli Europei continuino a importare idrocarburi russi, compreso il GNL, questi rappresentano ormai solamente l’8% delle importazioni totali di gas naturale: dei quattro gasdotti che collegano il continente alla Russia, due sono fermi (Nord Stream 1 e Yamal), uno ha visto aumentare i propri flussi (Turkstream) e uno, in transito attraverso l’Ucraina, continua a trasportare gas, ma in un volume molto minore. In un contesto in cui l’economia cinese era paralizzata dalla politica del Covid zero, le importazioni di GNL e il gas dalla Norvegia hanno compensato questo calo. Si prevede che gli accordi bilaterali – nel caso dell’Italia, attivissima in questo campo, con Angola, Congo, Egitto e Algeria – compenseranno le importazioni russe nei prossimi anni.
In terzo luogo, la riduzione dei consumi energetici diventa un fattore geopolitico: i 27 hanno concordato una riduzione del 15% della domanda di gas tra l’agosto 2022 e il marzo 2023 e una riduzione del 10% del consumo lordo di elettricità – i dati disponibili mostrano già una riduzione significativa dei consumi in Germania, Francia e Paesi Bassi, che tuttavia si basa sulla responsabilità individuale e sulla sobrietà. Come lo spiegava il vice-presidente della Commissione, Frans Timmermans, “Putin sta perdendo la guerra ecologica”.
Con la crisi energetica, il rapido sviluppo delle rinnovabili è diventato sinonimo di sicurezza degli approvvigionamenti per i leader europei: la Germania punta al 100% di energie rinnovabili nel suo mix energetico entro il 2035 (80% entro il 2030). La Commissione ha proposto di aumentare l’obiettivo del 40% di energie rinnovabili entro il 2030 al 45% e l’obiettivo di efficienza energetica dal 9% al 13%. In tutto questo possiamo notare come la grammatica dell’ecologia di guerra agisca anche a un livello simbolico, fornendo un nuovo quadro narrativo all’azione politica. Qualche settimana dopo l’invasione, una campagna dei Verdi europei articolava, riprendendo con un détournement l’estetica della propaganda bellica, dei gesti necessari alla sobrietà con il sostegno allo sforzo di guerra: “isolate le vostre case per isolare Putin” diceva un poster che aveva come sfondo i colori della bandiera ucraina.
Più a lungo dipendiamo dall'energia russa, più a lungo finanziamo la guerra di #Putin.
L'UE deve:
▶️Isola le case
▶️Diventa energeticamente indipendente
▶️Costruisci un'economia rinnovabile al 100%.
La guerra in Ucraina ha in questo senso continuato il processo di consolidamento del ruolo del Green Deal – che mira alla neutralità carbonica entro il 2050 e a una riduzione del 55% delle emissioni di gas serra entro il 2023 – contribuendo a dargli uno statuto di configurazione della politica europea. Come lo aveva già mostrato il PNRR – che prevedeva già che gli Stati membri spendessero almeno il 37% in misure per combattere il cambiamento climatico – non si tratta di una semplice policy, ma di un quadro di riferimento dinamico per la maggior parte delle azioni politiche di fondo e di lungo corso.
L’ecologia di guerra è forse la chiave di un nuovo realismo?


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