Parliamo di...

Violenza ostetrica, un "purtroppo" della maternità che colpisce il 21% delle donne

#25Gennaio  #violenzaostetricaroominginneonatomorto 

Contenuto originale di Il Giornale d'Italia
"Dopo 24 ore di travaglio ho subito l'operazione del taglio cesareo. Sono stata rimessa in camera nuda come ero stata operata (anche se più volte ho espresso il desiderio di vestirmi perché tremavo dal freddo e dal sangue perso) e mi è stata fatta attaccare la bambina al seno subito. Non avevo espresso la volontà di fare il "pelle a pelle" ma mi è stato fatto fare lo stesso. Ok mi ha fatto piacere ma preferivo essere vestita".
Solitudine, abbandono, senso di inadeguatezza, dolore. Sono questi (purtroppo) i sentimenti più diffusi che serpeggiano nelle testimonianze di tante donne, che dopo la vicenda del neonato morto al Pertini di Roma, hanno raccontato l’esperienza del parto sui social.
Se in un bel saggio sulla rêverie materna Wilfried Bion suggerisce come l’allattamento e il contemplare la propria madre sia la prima e la più intensa esperienza estetica che il neonato possa vivere, l’ormai discusso rooming in non avviene (purtroppo) sempre in un contesto così idilliaco.
"La mattina dopo mi è stato rimproverato che IO dovevo svegliarla per allattarla ogni 3 ore. Alzarmi dal letto, chinarmi sulla culla, prenderla e tenerla in una posizione dolorosissima per chi ha subito cesareo. Insomma tutte cose non facili se hai appena avuto un'operazione, sei da sola ed è la prima volta che hai a che fare con una neonata".
“Dopo 49 ore dal mio terzo cesareo, ho firmato e sono fuggita a casa, camminavo a malapena. Avere il proprio figlio in rooming in senza potersi muovere è stato devastante”.
La maternità è ancora intrisa di una dimensione estetizzante e edificante, che rimuove l’aspetto dominante, quello residuale, che ancora, turba, intimidisce: il corpo femminile. Ovvero la sua fisiologia: la stanchezza, il dolore, il seno gonfio, la nausea, le lacerazioni.
È ancora il corpo il teatro (purtroppo) nel quale si gioca la battaglia per l’autodeterminazione della donna: decidere liberamente cosa farne, che significa innanzitutto essere correttamente e tempestivamente informate circa quello che sul proprio corpo sta avvenendo. Ma, tra gli aspetti più terrificanti, raccontati online c’è la totale assenza del principio del consenso:
“Mi hanno tagliata, e non me lo hanno detto né prima né dopo. Quando mi sono ripresa ho guardato lo sguardo stranito delle infermiere che mi stavano pulendo. Ho capito a quel punto che c’era qualcosa di strano. Avevo otto punti e un taglio malfatto”.
L’episiotomia, l’incisione chirurgica del perineo, è ancora routinaria ma non sempre necessaria. Ma questa è solo una delle pratiche ‘violanti’ indicate dall’ OVOItalia (Osservatorio sulla violenza ostetrica) , secondo il quale il 21% delle donne in Italia (purtroppo) è vittima di violenza ostetrica.
Rottura artificiale della membrana, immobilizzazione, mancata informazione su quello che sta avvenendo durante il travaglio e il parto, imposizione della posizione litotomica: sono solo alcune delle pratiche segnalate dall’Osservatorio.
Certo, diciamo che le cose, rispetto a solo due generazioni fa, sono cambiate e che sono lontani i tempi bui dei parti artigianali in casa. Diciamo pure che i continui tagli alla sanità hanno diminuito (purtroppo) il numero delle ostetriche, che il personale sanitario non è spesso adeguatamente formato per supportare psicologicamente chi mette al mondo una vita.
C’è una cosa tuttavia che ancora non cambia: la continua appropriazione del corpo femminile. Un corpo troppo spesso considerato ormonale, emotivo, che, nei fatti, è costretto a essere impassibile anche quando rivendica (purtroppo) il suo naturale diritto alla maternità:
“L’istinto materno, con quello non ci nasci, te lo devi far venire da sola. Nessuno mi ha detto cosa dovevo fare, come dovevo comportarmi, cosa stava avvenendo. Ero completamente in balia di quello che accadeva, nelle mani di chi mi apriva, mi tastava”.


RSS - Mastodon