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Le presunte colpe dell’Occidente nella guerra in Ucraina

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Contenuto originale di Geopolitica.info
A seguito della criminosa invasione (ai sensi del diritto internazionale) russa dell’Ucraina, all’interno del dibattito pubblico europeo ed italiano si sono diffuse numerose opinioni controverse riguardanti le eventuali colpe delle potenze occidentali. Chiedersi se le nostre società democratiche abbiano contribuito all’escalation del conflitto è un giusto esercizio politico ed etico, purtroppo le risposte che spesso vengono fornite di conseguenza a questo esame di coscienza sono ambigue e non in grado di mettere in luce i nostri errori.
Le risposte che tipicamente possiamo trovare all’interno del dibattito pubblico mediatico italiano sono 3. In primo luogo, è presente l’idea che “L’Occidente ha comportato un atteggiamento aggressivo russo attraverso l’allargamento della NATO ad est”. In secondo luogo, si sentono voci dire: “L’Occidente non ha ricercato il dialogo con Mosca”. Infine, è diffusa l’idea per cui: “L’Occidente non sta contribuendo alla ricerca di una soluzione pacifica del conflitto, in quanto l’invio di armi a Kyiv comporta un’automatica escalation del conflitto”.
Queste tre risposte sono figlie di un’interpretazione contorta della realtà, e chi scrive non le ritiene in grado di consentire quel giusto esercizio di autocritica che le potenze democratiche dovrebbero fare di fronte alle azioni di Mosca. Verrà qui proposta un’analisi per comprendere come mai le tre risposte sopracitate non siano corrette, cercando inoltre di proporre una riflessione effettiva sugli errori dell’occidente.
In primo luogo, come mai l’allargamento della NATO non è considerabile come un atteggiamento aggressivo verso la Russia? La risposta lavora su più piani: uno di diritto e policy internazionale e uno di natura etica. Dal punto di vista del diritto internazionale è impensabile credere che l’espansione dell’alleanza atlantica sia avvenuta tramite una spinta coloniale americana ed europea. Essendo la NATO un’organizzazione internazionale, l’adesione di un nuovo Stato dipende dalla sua richiesta e dalla successiva delibera all’unanimità di tutti gli Stati membri. Se crediamo che tutte le democrazie che compongono la NATO siano così assoggettate a Washington da obbedire ciecamente, allora paragoniamo le istituzioni liberali ai sistemi autoritari, commettendo un errore di termini. Si pensi alla recente richiesta di partecipazione di Svezia e Finlandia e del grande dibattito che ha comportato: non si può credere che vi sia un automatismo nell’adesione dei nuovi Membri alla carta atlantica. Dal punto di vista etico è impensabile pensare che l’ingresso degli ex Paesi sovietici fosse una cosa da evitare. Paesi che provenivano dall’esperienza coloniale di Mosca finalmente volevano e potevano rendersi indipendenti. Nel fare ciò decisero di seguire un modello più attrattivo (dal punto di vista politico, sociale ed economico) di quello sovietico: la democrazia. Come avremmo potuto negare a delle democrazie in divenire, libere dal giogo sovietico dopo mezzo secolo di occupazione, di non avere una protezione anche militare dal vecchio occupante?
La seconda critica mossa all’Occidente è il non aver cercato un dialogo con Vladimir Putin prima che egli decidesse l’invasione. Questa è una visione distorta dei fatti. Infatti, nei giorni antecedenti al 24 febbraio 2022 diversi leader europei sono andati in processione alla piazza rossa per capire quali fossero le intenzioni dell’autocrate moscovita. Si pensi alle visite di Emmanuel Macron e Josep Borrell (le due figure più importanti della politica estera UE ad oggi), i quali hanno riportato le risposte cariche di propaganda ricevute da Putin, che aveva in ogni caso mentito loro rassicurandoli su quanto stesse avvenendo al confine ucraino. Per poter parlare con Vladimir Putin, lui dovrebbe prima creare le condizioni per le quali un tavolo negoziale, con gli Ucraini protagonisti, possa esistere.
Il terzo punto è di più difficile lettura. È lecito considerare l’invio di supporto bellico a Kyiv eticamente corretto tanto quanto lo è considerarlo eticamente scorretto. È però necessario definire in maniera precisa i concetti che ruotano attorno a questo dibattito. Spesso all’interno del dibattito italiano si sono sentite parole fumose come: “La pace non si fa con le armi”, oppure “Chi supporta le armi è un guerrafondaio”. È necessario un chiarimento di termini. Pacifista non è colui che desidera la pace, bensì colui che ripudia in modo assoluto il ricorso alla violenza, anche al costo della propria vita. Chi vede nella legittima difesa di un popolo attaccato il dovere morale di aiutare detto popolo anche attraverso l’invio delle armi, non può essere visto come un guerrafondaio. Non è un pacifista, ma nondimeno desidera la pace allo stesso modo. In un sistema liberale ognuno è libero di essere pacifista e di opporsi all’invio delle armi, ma non di tacciare chi vuole supportare il popolo ucraino come nemico della pace.
Quali sono, allora, le reali colpe dell’Occidente?
Credere che le democrazie liberali non abbiano colpe è altrettanto sbagliato che cadere nella retorica della “NATO che abbaia al confine russo”. Le colpe delle democrazie europee sono riassumibili nell’approccio che è stato tenuto negli ultimi due decenni nei confronti delle potenze non democratiche per quanto concerne la sfera economica. Infatti, a partire dagli anni 2000 abbiamo creduto che costruendo una fitta rete di interdipendenze strategiche economiche tra le potenze democratiche occidentali e le potenze autoritarie avremmo ottenuto due risultati differenti. In primo luogo, avremmo mitigato la tensione tra i poli, in quanto diventando i primi clienti degli avversari saremmo divenuti fondamentali per loro. In secondo luogo, si è pensato che l’aumento della convergenza economica avrebbe poi permesso una convergenza politica. In altre parole, si credeva che l’innalzamento del benessere e dello standard di vita delle popolazioni potesse portare a delle istanze di democratizzazione.
Per quanto l’approccio fosse innovativo e non totalmente da cassare, si è esagerato nel perseguirlo perdendo così un chiaro orientamento di politica internazionale liberale. La componente economica ha preso il totale predominio su quella politica, e ci siamo resi totalmente dipendenti da alcune precise catene del valore globale, le quali ora sono usate come minaccia.
A seguito dell’annessione della Crimea da parte di Mosca nel 2014 i Paesi europei hanno seguito la strada della tolleranza. Stati e istituzioni UE hanno condannato a parole l’atteggiamento criminoso ai sensi del diritto internazionale della Russia, ma hanno poi scelto la Realpolitik. Per non allontanare ulteriormente Mosca dalla sfera (valoriale e di politica) europea, si è deciso di non apporre gravose sanzioni e, anzi, di incrementare l’interdipendenza tra Russia e UE. In questo senso si possono citare i casi di Germania e Italia: due delle principali potenze industriali europee sono passate da una dipendenza dal gas russo circa tra il 10% e il 20% nel 2013 ad una soglia tra il 45% e il 50% al febbraio scorso. Tuttavia, questo contorto tentativo di guidare una convergenza politica attraverso l’interdipendenza economica ha prodotto due risultati gravi. In primis, ha potenziato l’economia russa e ha garantito a Mosca una maggiore produzione bellica, anche attraverso l’import di tecnologia occidentale. In secondo luogo, ha fornito a Putin uno strumento efficace di pressione sull’opinione pubblica e sui governi europei. Il mercato energetico è un lampante esempio del tentativo di convergenza economica tra democrazie e non democrazie, che si è rivoltato contro le prime.Solo ora si è ammesso l’errore. Il non aver diversificato le fonti energetiche e il non aver preso una chiara posizione di politica estera europea condivisa nei confronti di Putin sono due fattori che hanno facilitato questa guerra. Credere di poter combattere una minaccia ai nostri sistemi democratici solo attraverso l’inclusività del mercato globale e non affrontare la questione politica è stato il nostro grande sbaglio.


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