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Italia a mano armata

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Contenuto originale di atlante guerre
di Emanuele Giordana
Il 2023 porta in dote agli italiani con la Legge di Bilancio un nuovo incremento complessivo della spesa militare con circa 700 milioni in più destinati all’acquisto di nuovi armamenti. Ma non è certo il mercato interno a fare da traino al settore industriale armato del Made in Italy, che si distingue per la presenza di Leonardo e Fincantieri tra i primi cento grandi produttori mondiali. Per capire quantità e qualità dell’industria degli armamenti italiana tre saggi illuminano il comparto, sia dell’export sia del mercato interno, disegnandone i lati spesso oscuri e controversi attraverso i quali il nostro Paese mette assieme a spaghetti e mandolini blindati e fucili, elicotteri e pistole. Armi grandi e piccole, apprezzate da molti eserciti del pianeta e piuttosto diffuse anche nel Belpaese. Un settore importante per la guerra ma in realtà ben meno rilevante di quanto si pensi come contributo nazionale in termini economici.
Ne “Il Paese delle armi” (Altreconomia), Giorgio Beretta, analista dell’Osservatorio permanente sulle armi leggere e le politiche di sicurezza e difesa (Opal), di Rete Pace e Disarmo e firma nota de ilmanifesto, scrive che “L’Italia è il Paese delle armi… (ma anche) delle opacità e delle reticenze, dei silenzi e delle connivenze: atteggiamenti mirati soprattutto a nascondere i fatti – e i dati – ma perfettamente funzionali per alimentare la retorica”. Retorica sulla sicurezza ovviamente ma anche sul valore Paese dell’industria delle armi. Importante? Niente affatto. Tanto per cominciare la produzione di armi e munizioni ad uso civile, sbandierata come settore trainante, vale circa lo 0.05% del Pil: l’equivalente del settore giocattoli escludendo i videogiochi. Molti occupati? Nemmeno: non supera i 3.500 addetti (10mila con terzisti e settori ausiliari) e il dato è in calo: siamo allo 0,03% su scala nazionale… Gran parte del saggio di Beretta è dedicato al ruolo che hanno nel Belpaese la vendita di armi e le leggi che dovrebbero regolarla e di come dovrebbe funzionare la responsabilità aziendale e la regolamentazione delle licenze.
“Crisi globali e affari di piombo” (Seb27) riprende molti di questi temi, ma se Beretta approfondisce il mercato nazionale, Futura D’Aprile affida il ruolo centrale del suo saggio all’analisi dell’export militare autorizzato dall’Italia tra il 2015 e il 2021, rilevando le incongruenze tra “scelte politiche dei Governi e leggi che regolano questo tipo di esportazioni”, così che Roma “continua a fornire materiale militare a Paesi in guerra… sfruttando cavilli legali e zone grigie”. Un’opacità, registrata anche da Beretta, con sauditi ed egiziani, con la Turchia di Erdogan, con la Libia, il Turkmenistan o il Pakistan. Opacità che si nutrono di triangolazioni, aggiramento delle regole sul transito, cavilli legali per alimentare un “sistema economico finanziario militarizzato – scrive Alex Zanotelli nella prefazione a D’Aprile – che sta facendo guerre a non finire per avidità e bramosia”, trasformando “l’homo sapiens in homo demens”. Anche D’Aprile decostruisce: la vendita di armi militari è rilevante ma “costituisce meno dell’1% del Pil, meno dello 0,7% dell’export e meno dello 0,5% in termini di occupati”. Potremmo farne a meno.
In copertina un’immagine tratta dal sito della Difesa italiano


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