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“Cambiamo nome al Pd”, la proposta di Provenzano fa calare il gelo al Nazareno

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Contenuto originale di Il Riformista
Nel Pd è scoccata l’ora della verità. Si parla di idee e di valori, e intanto si pensa già al vertice del partito che verrà: l’Assemblea Nazionale Costituente convocata oggi dovrà approvare il Filo Rosso, il documento che Enrico Letta sottopone all’approvazione della segreteria e che tutti, da Bonaccini a Cuperlo giudicano “un ottimo lavoro e un contributo di qualità”. Le criticità per la gestione che ha avuto il Nazareno negli ultimi anni sono sotto gli occhi di tutti. De Micheli non fa sconti: «Oligarchie del Nazareno che ne hanno fatto un partito di sistema, che considerano i giovani e le donne come panda da utilizzare in occasione delle elezioni, di iscritti mai seriamente interpellati sulla scelta dei candidati alle elezioni». Mentre Gianni Cuperlo ha chiosato che «è giunta l’ora di scendere dal piedistallo, tornare in mezzo alla gente, ritrovare modestia di comportamento e non preoccuparsi solo di poltrone».
Nel giorno in cui qualcuno ricorda il 21 gennaio del ’21, la nascita del Pci, tra i dem si discute del ritorno a casa dei bersaniani: Pierluigi Bersani stesso, Roberto Speranza, Arturo Scotto e forse perfino Massimo D’Alema potrebbero rientrare al Nazareno. “Il manifesto” dei valori del nuovo Pd, che domani sarà votato in assemblea, «rappresenta un passo in avanti oggettivo: si parla di una nuova stagione di intervento pubblico nei settori fondamentali dell’economia, la lotta ai cambiamenti climatici, la centralità del superamento delle diseguaglianze, il principio del lavoro stabile e della battaglia contro la precarietà. Un testo che incrocia una sensibilità socialista ed ecologista che è diffusa soprattutto tra le giovani generazioni», commenta con soddisfazione Scotto, che ancora prima era con Sinistra Italiana – Sel. Il contrasto alla novità “eterodossa” di Elly Schlein provoca uno spostamento generale di asse a sinistra sul quale gli ex popolari hanno messo in guardia: «Se il Pd torna ad essere i Ds, noi torniamo ad essere Popolari», hanno detto Pierluigi Castagnetti e i suoi. Lasciando dov’è Dario Franceschini, che sotto i buoni uffici di sua moglie Michela Di Biase ha stretto un patto di ferro con Elly Schlein. A parlarne sono i delegati riuniti oggi all’Auditorium Antonianum in Viale Manzoni 1 a Roma, in modalità ibrida. L’appello di Letta, condiviso da Bonaccini e De Micheli, è all’unità. “Non dividiamoci sui valori”, ha raccomandato Bonaccini alla vigilia.
La compagine che sostiene Elly Schlein è tumultuosa, c’è chi sgomita per rompere la quadratura di un congresso che vede il governatore emiliano saldamente in testa con il 70% dei consensi. Così Beppe Provenzano ha pensato bene di scompaginare le carte: «Sul nome del partito avrei voluto un referendum per i nostri iscritti, ma lo chiederemo al prossimo gruppo dirigente». «Cambiare il nome? Parliamo di sostanza – gli risponde Bonaccini – e poi a me il nome Pd piace. Temo che se le prossime settimane le spendiamo a discutere sul cambio del nome o del simbolo discuteremmo di forma quando invece, mai come oggi – ha aggiunto Bonaccini – serve parlare di sostanza». De Micheli è d’accordo: «Sono contraria al cambio del nome. Sull’aggettivo democratico direi che non servono parole per descriverne la forza e la capacità di rappresentare le istanze plurali del centrosinistra italiano». Fossero questi i problemi, insomma. A venti giorni dalle elezioni regionali, Pierfrancesco Majorino in Lombardia e Alessio D’Amato nel Lazio rimangono dietro ai candidati di centrodestra, Attilio Fontana e Francesco Rocca, che nei pronostici distanziano entrambi di 5 punti. E se la congiuntura economica – la benzina aumenta, l’inflazione esplode, le bollette rimangono alle stelle – penalizza Fratelli d’Italia, per la prima volta sceso sotto il 30% nei sondaggi.
La maggioranza è alle prese con il dossier dei Balneari, affrontato nell’incontro che il ministro degli Affari Ue Fitto ha avuto con il commissario Breton (industria e mercato interno). La legge sulla concorrenza, approvata lo scorso 2 agosto dall’esecutivo Draghi in via definitiva ed entrata in vigore il 27 agosto, impone che le concessioni demaniali marittime su cui insistono gli stabilimenti balneari debbano essere riassegnate tramite gare pubbliche entro il 31 dicembre 2024. Il centrodestra è in pressing, punta alla proroga delle concessioni di uno o due anni. Fratelli d’Italia chiede di eliminare il termine del 31 dicembre 2023, punta a estendere la proroga fino a quando non arrivi una riforma del settore. È una delle strade sul tavolo. In ogni caso l’esecutivo sta lavorando aduna soluzione, consapevole che sul tema cé la spinta delle organizzazioni di categoria. Gli azzurri Gasparri, Ronzulli e Bergamini, con il sostegno dei leghisti Marti e Centinaio stanno portando avanti la battaglia. «Prosegue l’attività di sostegno del gruppo di Forza Italia nei confronti delle imprese balneari che rappresentano un tessuto importante per il turismo e l’economia del nostro Paese», osserva il forzista Gasparri.
Aldo Torchiaro Ph.D. in Dottrine politiche, ha iniziato a scrivere per il Riformista nel 2003. Scrive di attualità e politica con interviste e inchieste.
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Aldo Torchiaro


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