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Solarpunk, il movimento artistico che immagina un futuro sostenibile e felice

#19Gennaio  #Empowerment  #crisiclimatica  #solarpunk  #utopia 

Contenuto originale di Roba da Donne
Con un’unica costante: opporsi al capitalismo, allo specismo, al razzismo, al patriarcato, e, in generale, a tutto ciò che crea discriminazione, dislivello sociale e sofferenza. Come? Scopriamolo.
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Che cos’è il solarpunk?
Il solarpunk, come accennato, è un movimento culturale e sociale, che, come si legge su Treccani:
abbraccia uno slancio ottimistico e prova a reimmaginare il futuro sia in termini di risorse energetiche sia di relazioni economiche.
Ma non solo. Esso possiede, infatti, un’anima sfaccettata. Nato nel 2008 e sviluppatosi su Internet (che ne ha coniato il nome), il solarpunk assume dapprima la forma di genere letterario. Il termine riveste, appunto, maggiore rilevanza nel 2011, in seguito alla pubblicazione di Innovation Starvation dell’autore di fantascienza Neal Stephenson. Nell’articolo, lo scrittore critica aspramente la situazione di impasse della scienza moderna, in particolar modo nel campo delle energie rinnovabili, notando come tale “stagnazione” stia inquinando anche la letteratura fantascientifica.
Di qui, si sviluppa il “genere” solarpunk, che trova il suo acme nella prima raccolta a esso dedicata, intitolata Solarpunk: Histórias ecológicas e fantásticas em um mundo sustentável e scritta dallo scrittore brasiliano Gerson Lodi-Ribeiro. Il 2012 segna, quindi, la prima comparsa del termine nell’editoria, il quale rappresenterà poi, nel corso degli anni a seguire, il sinonimo di un’utopia ambientale, sociale e culturale possibile, sorretta da una comunità diffusa in tutto il mondo, forte, coesa e solidale.
Ho iniziato il solarpunk
Il termine solarpunk nasce dalla crasi di due aggettivi. Come si legge su Pulp:
Solar evoca la fonte primaria di energia della Terra, la necessità di passare a forme di energia rinnovabili e pulite e di adottare un modello di vita sostenibile. Punk, invece, si rifà NON ad altri generi narrativi, ma alla pratica di una lotta pacifica e al rifiuto del modello di sviluppo capitalista che, insostenibile e predatorio, è responsabile della catastrofe climatica e delle ingiustizie socioeconomiche di cui è vittima la maggioranza degli umani.
Il principio primario del movimento, dunque, consiste nella lotta contro tutto ciò che inficia l’uguaglianza sociale e la possibilità di crescita “umana” della popolazione, ossia: patriarcato, specismo, sessismo, razzismo, capitalismo e qualsiasi altro tipo di discriminazione e violenza.
Per questa ragione, accoglie, allora, una nuova visione del mondo, fatto di sostenibilità, solidarietà, scambio e pace, e, soprattutto, da un nuovo rapporto tra gli esseri umani e la natura, in cui siano dominanti il riciclo, l’equità e nuove forme di produzione, più gentili e, appunto, sostenibili.
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L’obiettivo è, infatti, quello di diffondere “semi di speranza” nel mondo attuale, e non quello di costruire un’immagine fittizia e irraggiungibile del futuro. Come si legge ancora su Pulp:
L’estetica solarpunk
Come ogni movimento, anche il solarpunk ha una sua estetica, che rispecchia le passioni, le lotte e i valori che ne stanno alla base. A differenza del cyberpunk, dominato da tinte cupe e scenari apocalittici e foschi, però, il solarpunk – come si evince dal nome – predilige una visione più “solare”, appunto, del mondo, costellata di elementi naturali e colori lievi.
Il solarpunk vede un tripudio di piante, acqua, luce, e trae ispirazione, nella sua estetica, dal movimento artistico di fine Ottocento definito Arts and Crafts, reazione all’industrializzazione imperante realizzata con tessuti, tappeti, metalli e mobili dai motivi floreali e soavi.
E non solo. A ispirare il solarpunk, infatti, vi è anche l’Art Nouveau, movimento artistico e filosofico sviluppatosi tra la fine dell’Ottocento e l’inizio del Novecento arricchito da disegni eleganti e ricolmi di natura. La corrente artistica perfetta per il solarpunk, come si legge sul sito del movimento:
[…] Il capitalismo ci ha indotti a credere che le cose vecchie e belle siano anche costose, e che possano essere apprezzate solo dai ricchi. NON credeteci. La bellezza non è per ricchi o per pochi eletti. La bellezza è per tutti. In sintesi, questo è il motivo per cui l’estetica Art Nouveau è perfetta per il solarpunk. Entrambi i movimenti sono anticapitalisti, hanno un innato apprezzamento per la natura e mirano a rendere il mondo un posto migliore per tutti piuttosto che solo per pochi eletti.
Tra le fonti di ispirazione del solarpunk, infine, vi sono anche l’afrofuturismo, corrente culturale con cui condivide l’interesse e la curiosità verso altre culture – oltre a quella occidentale -, e il retrofuturismo, che ha dato il suo apporto al design solarpunk con la predilezione per il vetro e il verde.
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Il solarpunk nei media e nella cultura
Come accennato, l’estetica solarpunk ha avuto un effetto a cascata non solo sulla letteratura, ma anche sulla cultura nel suo complesso, con incursioni nell’estetica, nel design e nell’architettura.
Per quanto concerne quest’ultima, i cambiamenti apportati dal solarpunk sono già visibili. Il movimento, infatti, abbraccia l’idea di giustizia sociale e inclusione, con città caratterizzate da trasporti sostenibili e accessibili a tutti i cittadini, spazi aperti ed edifici impreziositi da pannelli solari, piante e fiori di ogni tipo.
Proprio come il Bosco Verticale a Milano a firma di Stefano Boeri, che, insieme alle opere dell’architetto belga Luc Schuiten – che raffigurano città, chiamate Vegetal City, in cui gli edifici sono formati e sorretti dalla vegetazione – e all’Hotel Park Royal di Singapore – immerso letteralmente nella vegetazione -, rappresenta uno degli emblemi dell’immaginario solarpunk.
Senza dimenticare, naturalmente, la letteratura, culla in cui il movimento ha mosso i suoi primi passi. Nel corso degli anni, appunto, il genere si è consolidato, affrancandosi dal catastrofismo tipico di certa fantascienza e incoraggiando i lettori a pensare e creare un futuro migliore, basato sulla giustizia climatica, l’inclusività e l’ecosostenibilità.
Non è un’utopia.


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