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No, la storia della ‘bidella pendolare’ non è un esempio per nessuno

#19Gennaio  #Attualità 

Contenuto originale di Rolling Stone Italia
Neanche il tempo di riprendersi dall’epopea lynchiana del rider disposto a pedalare (con grande soddisfazione) per cinquanta chilometri pur di consegnare un panino che, come per magia, ci ritroviamo immersi in un’altra storia di ordinaria miseria.
Ci riferiamo, ovviamente, all’ormai celebre caso della “bidella pendolare”, rilanciata senza soluzione di continuità da diversi quotidiani. La storia, ormai, la conosciamo: Giuseppina Giuliano, 29 anni, operatrice scolastica, viaggia ogni giorno in treno da Napoli a Milano pur di difendere con le unghie e con i denti il suo posto di lavoro. Finito il turno, la “bidella pendolare” si rimette in viaggio sul treno delle 18.20 per tornare nella sua casa di Napoli.
Una routine che ha lasciato basiti molti ma che la donna, entrata di ruolo a settembre, spiega come una scelta razionale fatta per risparmiare. «Ho provato a cercare una casa che non costasse troppo, considerando che il mio stipendio mensile è di 1.165 euro», ha raccontato al Giorno, «ma mi sono resa conto che ormai a Milano è più facile trovare un ago in un pagliaio». A Napoli la 29enne vive con i genitori e sua nonna. «Questo mi permette di non avere ulteriori spese oltre a quelle del treno e per questo», spiega, definendosi «molto fortunata».
Ovviamente, c’è già chi sta mettendo in dubbio la veridicità dei fatti, ad esempio facendo notare che una scelta del genere potrebbe rivelarsi non così economicamente vantaggiosa.
E però, d’accordissimo, posizioniamoci nel microcosmo del verosimile e facciamo finta che questa storia sia credibile, prendiamo per vera l’ipotesi che una 29enne abbia deciso, coscientemente, di percorrere 800 chilometri al giorno per assicurarsi poco più di mille euro al mese: cosa ci sarebbe di edificante?
Secondo alcuni pigiatasti imbruttiti, moltissimo – riportiamo, a titolo d’esempio, questo delirante status pubblicato su Twitter:
Ecco, la stessa esistenza di una claque pronta a celebrare in pompa magna le gesta della “bidella pendolare” rappresenta un punto di non ritorno: trattare come un esempio da imitare, magari addirittura un esempio virtuoso, chi è disposto a sacrificare la propria quotidianità, mortificando il proprio bioritmo e la propria salute (dormire poco, mangiare in maniera del tutto improvvisata) sull’altare di poche centinaia di euro al mese, non è soltanto un errore, ma un atteggiamento potenzialmente pericoloso.
Significa non avere contezza di che cosa voglia dire poter contare su una qualità di vita accettabile, significa glorificare il dogma della sopravvivenza a ogni costo a discapito del benessere, vuol dire normalizzare una situazione di indigenza estrema perché, ehi, bisogna darsi da fare, poco importa se la vita che conduco fa schifo.
Non è la solita narrazione che contrappone stakanovisti radicali e “popolo del divano”, no: è molto di più. È una glorificazione che compendia tutti i tic e i malcostumi del nostro Paese: l’accettazione passiva della precarietà, la glorificazione provincialissima e dal retrogusto primo–repubblicano del “posto fisso” come panacea di ogni male, al contempo mito e superstizione italiana per definizione – nella vulgata comune, per ottenerlo bisognerebbe essere disposti a tutto: guai a rinunciare al minimo salariale garantito da un pubblico impiego sempre più asfittico, guai a non ascoltare il (tristemente realistico) Lino Banfi zaloniano che alberga in ognuno di noi; poco importa se questa scelta comporta equivale a percepire stipendi sempre meno a passo con il costo di vita (in questo caso, poi, sfioriamo il ridicolo: parliamo di una retribuzione di poco superiore ai mille euro nella gentrificatissima Milano, la città dal mercato immobiliare ormai fuori controllo, in cui una stanza singola può arrivare a costarne seicento, di euro: di che parliamo?).
Per questi motivi, qualora la storia della bidella repubblicana fosse vera, be’, avremmo soltanto la conferma di essere arrivati al capolinea: altro che esempio, è un incubo.


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