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I perché dell’apertura di Erdogan ad Assad

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Contenuto originale di Geopolitica.info
Negli ultimi mesi la Turchia di Erdogan ha segnalato un interesse a normalizzare i rapporti con la Siria di Bashar al-Assad, gravemente deterioratisi con lo scoppio del conflitto siriano.
Dopo mesi di intenso lavoro diplomatico e mediazione da parte della Russia i ministri della difesa di Siria e Turchia si sono incontrati ufficialmente a Mosca, rompendo una decade di silenzio diplomatico.
Ma quali sono le ragioni dietro questo cambio di policy da parte di Erdogan?
Può il leader turco riavvicinarsi ad Assad con successo?
L’obiettivo turco in Siria è impedire il consolidamento politico e militare delle Forze Democratiche Siriane (FDS), branca locale del Partito dei Lavoratori del Kurdistan (PKK), definito dalla Turchia, l’Unione Europea e gli Stati Uniti come una “organizzazione terroristica”.
Per questo Ankara, che nei primi anni del conflitto ha attivamente sostenuto la rimozione di Bashar al-Assad dal potere, dal 2016 ha abbandonato la politica di regime change, concentrandosi esclusivamente sulle forze curde e avviando diverse campagne militari contro le SDF.
Ad oggi il PKK e i gruppi ad esso vicini sono ancora percepiti da Ankara come la principale minaccia alla sicurezza nazionale del Paese.
Solo a novembre scorso l’aeronautica turca ha eseguito dozzine di bombardamenti tra Siria e Iraq contro le forze del PKK, in risposta ad un attentato commesso ad Istanbul, secondo Ankara proprio organizzato dal gruppo curdo.
In una separata operazione, denominata Claw-Lock, le forze speciali turche sono quotidianamente impegnate in sanguinosi scontri ravvicinati contro i miliziani curdi sugli impervi monti iracheni.
Erdogan sembra quindi intenzionato ad intavolare una discussione con il regime siriano con l’obiettivo di giungere ad una collaborazione, mediata dalla Russia, che ponga definitivamente fine al progetto politico-amministrativo delle forze SDF lungo il confine con la Turchia.
Proprio quest’ultimo è stato oggetto di discussione nel meeting di Mosca, dove Ankara si sarebbe detta pronta a partecipare ad operazioni anti-SDF coordinate con le forze di Bashar al-Assad e la Russia.
Hulusi Akar, ministro turco della difesa, ha successivamente ipotizzato l’organizzazione di nuovi pattugliamenti congiunti con le forze russe nel nord siriano.
A questo particolare dispositivo di sicurezza la Turchia ha spesso fatto ricorso sia con la Russia (nella regione di Idlib e nel nord-est siriano) che con gli Stati Uniti (nel nord-est siriano).
L’esecutivo di Erdogan agisce inoltre spinto da una seconda motivazione, dal carattere più prettamente “elettorale”.
Le elezioni presidenziali e parlamentari del 18 giugno si avvicinano (e potrebbero essere anticipate) e i 3.5 milioni di rifugiati siriani presenti in Turchia sono frequentemente al centro del dibattito politico.
Il Partito Popolare Repubblicano e il Partito İyi, le principali forze d’opposizione all’AKP di Erdogan, promuovono a gran voce la completa normalizzazione con Bashar al-Assad e l’espulsione di tutti i rifugiati siriani presenti in Turchia.
Di conseguenza anche Erdogan ha raffreddato le sue posizioni nei confronti dei rifugiati siriani: nel maggio del 2022 ha annunciato l’intenzione di rimpatriarne un milione nelle aree sotto il controllo dell’esercito turco nella campagna nord-occidentale di Aleppo, mentre nei mesi successivi ha più volte minacciato una nuova offensiva militare contro le forze SDF, con il doppio obiettivo di ridimensionare il gruppo e guadagnare territorio per future espulsioni dalla Turchia in Siria.
Parallelamente associazioni di difesa dei diritti umani hanno denunciato il rimpatrio forzato dalla Turchia di centinaia di siriani nel corso del 2022.
L’insieme di questi fattori sta quindi spingendo Erdogan a rivalutare il suo rapporto con Damasco.
Il leader turco ha addirittura aperto alla possibilità di incontrare Bashar al-Assad in persona: «Come Russia-Turchia-Siria abbiamo avviato un processo attraverso l’incontro dei nostri vertici dell’intelligence e della difesa a Mosca. Se Dio vorrà avremo un trilaterale con i Ministri degli Esteri. A seconda degli sviluppi potremmo quindi incontrarci noi leader».
Secondo un recente sondaggio il 59% dei turchi sarebbero favorevoli a un meeting tra i due Presidenti.
Ma tra il regime di Assad ed Erdogan le divergenze sono ancora ampie.
Il principale scoglio è l’occupazione da parte della Turchia di ampie porzioni del territorio siriano a nord di Aleppo.
Lì l’esercito turco sostiene finanziariamente e militarmente le dozzine di sigle che si riuniscono sotto l’ombrello dell’Esercito Nazionale Siriano (SNA), formalmente ostile al regime siriano, come anche le varie amministrazioni politiche locali.
Per questo secondo diverse fonti turche il regime siriano avrebbe inizialmente chiesto, come precondizioni ad oggi non accettate dalla Turchia, che Ankara designasse come “organizzazioni terroristiche” i gruppi armati anti-Assad, e avviasse il proprio ritiro militare dalla Siria.
Nel suo primo commento pubblico sulla faccenda il leader di Damasco ha affermato che il riavvicinamento tra i due Paesi dovrà mirare alla «fine dell’occupazione» turca della Siria.
La Russia, dal canto suo, ben apprezza una eventuale normalizzazione tra Erdogan e Assad.
Tale sviluppo, infatti, agli occhi di Mosca, potrebbe portare le SDF a dover accettare più facilmente i diktat di Damasco, dietro l’eventuale minaccia di operazioni congiunte tra esercito siriano e turco.
Al tempo stesso ne soffrirebbero non poco gli statunitensi, che ufficialmente si oppongono a qualsiasi normalizzazione, soprattutto una che coinvolga un alleato NATO, con il regime di Assad.
La Turchia si avventura in questo processo di normalizzazione da una posizione di relativa forza.
Sul piano internazionale il suo rapporto con la Russia è mutato a suo favore in seguito alla disastrosa invasione dell’Ucraina.
Le sanzioni occidentali hanno severamente danneggiato l’economia russa, creando di riflesso un’opportunità per la Turchia, la quale ad oggi non si è unita ai framework sanzionatori di Washington e Bruxelles.
Di conseguenza l’export turco verso la Russia è aumentato sensibilmente, come la vendita di idrocarburi, a prezzo di favore, da parte di Mosca ad Ankara.
Sul piano politico Erdogan in questi mesi ha con successo giocato il ruolo di mediatore e intermediario tra Russia e Ucraina, mantenendo un limitato sostegno militare verso quest’ultima.
In Siria invece Ankara ha rafforzato la sua posizione nei confronti del regime siriano, e della Russia, nel marzo del 2020, quando con una devastante campagna aerea pose fine all’operazione assadista “Dawn of Idlib 2”.
Da allora Damasco, complici anche altri fattori quali l’aggravarsi della crisi economica interna, non ha più organizzato nuove offensive contro le forze ribelli nel nord-ovest del Paese.
La leadership turca, osservando la situazione in Siria e parallelamente le conseguenze del conflitto russo-ucraino sul suo rapporto con Mosca, ha quindi percepito un clima favorevole ad una ricalibratura dei rapporti tra Ankara e Damasco.
Alla Turchia conviene comunque ben misurare l’apertura al regime siriano, anche considerando i recenti precedenti.
Altri Paesi mediorientali, tra tutti gli Emirati Arabi Uniti, seguiti dal Bahrain e la Giordania, sono tornati negli ultimi anni a interfacciarsi con il regime siriano.
L’apertura di Abu Dhabi ad Assad rientra nel generale sostegno garantito dal Paese a figure autoritarie ostili all’islamismo politico, unito al desiderio del Paese di ritagliarsi un ruolo nel conflitto siriano per contrapporsi alle influenze turche e iraniane.
Soprattutto in merito a Teheran la speranza di alcune capitali arabe e di poter minare il rapporto tra Damasco e gli iraniani.
Queste normalizzazioni con Assad non hanno però garantito particolari risultati.
Innanzitutto, la strenua opposizione degli Stati Uniti al regime siriano ad oggi continua a complicare l’intrattenimento di aperti rapporti con Damasco, specialmente dal punto di vista economico e commerciale.
Inoltre, è proprio il regime siriano a mostrarsi poco intenzionato a venire incontro ai desideri dei vicini arabi: sul piano internazionale, ad esempio, Assad si rifiuta fermamente di riformulare il suo rapporto con l’Iran, mentre continua ad ostacolare il processo di pace mediato dalle Nazioni Unite.
Oltre a ciò, non legato alla normalizzazione tra la Siria e alcuni Paesi arabi, ma rilevante per comprendere l’atteggiamento damasceno, è utile menzionare come il regime abbia nel corso dei recentissimi anni sviluppato un fiorente mercato del captagon, definito la “cocaina dei poveri”.
L’industria, saldamente nelle mani di Maher al-Assad, fratello di Bashar, secondo gli esperti ha battuto nel 2020 i 17.5 miliardi di dollari di export e ha letteralmente “invaso” i mercati della droga sauditi, emiratini, giordani e di diversi altri Stati regionali.
Questo nonostante i supposti crescenti buoni rapporti tra il regime e i principali Paesi del Golfo.
La Turchia farebbe quindi bene a valutare con attenzione le proposte, e soprattutto le promesse, eventualmente formulate dagli emissari di Bashar al-Assad, o da lui stesso.
Ankara dovrà inoltre considerare le ricadute dell’avvio di un processo di normalizzazione con Damasco nei territori siriani dove nel corso degli anni ha dispiegato migliaia di soldati.
Sia la popolazione locale che i principali gruppi armati si sono infatti detti, ad oggi, ostili ad un riavvicinamento al regime.
Le comunità nella campagna settentrionale di Aleppo hanno espresso il loro dissenso attraverso partecipate proteste, ricevendo però in risposta un lapidario avvertimento da parte di Hulusi Akar, il quale ha consigliato a civili e ribelli di non orchestrare nessun tipo di “provocazione”.
Anche Abu Mohammad al-Jolani, leader nella regione di Idlib del gruppo Hay’at Tahrir al-Sham, ha definito il dialogo tra Ankara e Damasco come una «una pericolosa deviazione che danneggerà gli obiettivi della rivoluzione siriana».
E proprio nella regione di Idlib, a causa della loro cooperazione con la Russia, le forze turche hanno spesso sofferto sanguinosi attacchi da cellule armate oltranziste, come la locale dello Stato Islamico o il gruppo Ansar Abu Bakr al-Siddiq.
Dal punto di vista statunitense una effettiva normalizzazione tra Ankara e Damasco avrebbe conseguenze negative.
La presenza militare americana nel nord-est siriano diverrebbe ancora più precaria, e da essa dipende la sopravvivenza delle forze SDF.
Inoltre, la progressiva re-legittimazione di un “narco-regime” come quello di Assad, responsabile di innumerevoli crimini di guerra e contro l’umanità, minerebbe politicamente l’obiettivo statunitense di promuovere lo US-led, rule-based international order.
Al riguardo il commento del Senatore Jim Risch, membro della Commissione per le relazioni estere del Senato degli Stati Uniti, è stato categorico: «Il ripristino delle relazioni bilaterali beneficerebbe ben poco la sicurezza della Turchia, ma minerebbe gli sforzi internazionali per mantenere Assad responsabile degli orribili crimini contro il popolo siriano».
Una dichiarazione
Ad oggi però le dichiarazioni americane, e le pressioni mosse dietro le quinte, non sembra stiano avendo un grande successo, come non l’hanno avuto quando furono gli UAE ad aprire a Bashar al-Assad.
E proprio Abu Dhabi, secondo l’analista Ibrahim Hamidi, sarebbe particolarmente interessata a partecipare come “sponsor” al riavvicinamento tra Assad ed Erdogan.
La ricucitura dei rapporti tra i due leader infatti minerebbe ulteriormente lo schema statunitense che punta a mantenere isolato il regime sirano.
In conclusione, seppur allo stato embrionale, il riavvicinamento tra Siria e Turchia sembra essere un processo realmente avviato, e l’esecutivo di Erdogan è intenzionato ad ottenere dei risultati diplomatici da poter presentare all’elettorato turco da qui al 18 giugno.
Non può inoltre essere escluso che il leader di Ankara, in vista del voto, ritorni a ventilare la possibilità di attaccare le forze SDF.
Se questo avvenisse in un framework di effettivo riavvicinamento con Assad è probabile che il primo target sia il dispositivo militare curdo disposto nella città di Tell Rifaat e suoi dintorni.
Da lì infatti, spesso con la connivenza o partecipazione dei lealisti siriani, le forze curde lanciano incursioni e attacchi nei territori controllati dai turchi.
Al contrario, se i negoziati con Russia e Siria non andassero in porto per Erdogan sarebbe più complicato organizzare un’offensiva, soprattutto non senza il consenso, totale o parziale, di Mosca e Washington.
Il presente articolo è stato redatto prima di un eventuale incontro tra il MoFA siriano Faisal Mekdad e la sua controparte turca Mevlüt Çavuşoğlu, che secondo i principali analisti avrà luogo nel corso dei prossimi giorni o settimane.


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