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Cosa (non) abbiamo imparato dalla tragedia di Rigopiano

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Contenuto originale di Valigia Blu
10 min lettura
Sembra un’era geologica fa ma a Rigopiano, quel 18 gennaio 2017, eccome se nevicava, l’intero Abruzzo era una distesa bianca, dalle montagne della Maiella e del Gran Sasso fino (quasi) alla costa adriatica. Non come oggi, sei anni più tardi, in cui gli Appennini del Centro Italia arrivano a punte del 90% in meno di approvvigionamento idrico rispetto alla media degli ultimi undici anni. A Rigopiano, una frazione del comune di Farindola, alle pendici del Gran Sasso, quel 18 gennaio 2017 un’intera Regione riscoprì la propria fragilità, a distanza di otto anni dal devastante terremoto che il 6 aprile 2009 aveva squassato L’Aquila e la sua provincia.
Non molti lo ricordano ma anche poco prima della valanga di neve e ghiaccio e pietre che travolse l’hotel Rigopiano, provocando la morte di 29 persone, c’era stato un lungo sciame sismico che, dall’agosto del 2016, aveva interessato tutto il centro Italia - anche se una recente sentenza del tribunale civile di Milano ha negato il nesso di causalità tra i due fenomeni. Quel che abbiamo impresso bene a mente della tragedia di Rigopiano, invece, sono altre reminiscenze: il tappeto di macerie che si estende per chilometri, lo strato di neve alto tre metri che rallenta le operazioni di soccorso, le intercettazioni che testimoniano la sottovalutazione dei primi allarmi.
Accanto a queste memorie, inevitabili e preziose come quelle che sorgono a ogni dolore che solo in maniera distorsiva possono essere associate al maltempo, ci sono due domande da affrontare: cosa abbiamo imparato? E soprattutto: cosa avremmo dovuto imparare, visto che la crisi climatica ha rimesso al centro del dibattito le questioni ambientali?
Tornare a Rigopiano
Se si passa oggi da Rigopiano, coi resti dell’hotel ancora lì e qualche sparuta abitazione che resta nei dintorni, viene spontaneo porsi una domanda: come è stato possibile costruire una struttura del genere in un posto del genere? Possibile che a 1200 metri di altezza, all’interno del Parco Nazionale del Gran Sasso, sia stata consentita la creazione di un resort di lusso con 43 grandi camere, un campo da tennis e una spa circondata dalla neve?
A provare a rispondere a questi interrogativi c’era stato anche un approfondimento di Radio Rai intitolato “Mangiafuoco sono io”, realizzato a un anno dai fatti:
Al di là dei pericoli di valanghe, già evidenziati da mille segnalazioni, non dovrebbe essere proibito modificare a quel modo la struttura originaria in una zona di valore ambientale? (...) Nel 1958 l’hotel Rigopiano era una baita in pietra a due piani, un rifugio CAI. Il cambiamento inizia con il passaggio di proprietà tra la società Del Rosso srl, dei cugini Marco e Roberto Del Rosso, che era fallita, e la Gran Sasso Resort, che l’aveva acquistata. È la nuova società che la ristruttura, costruendo nel 2007 le nuove parti, aggiungendo la spa e coprendola con una bella cupola in vetro. Tutto regolare, anche se nel 2008 i nuovi proprietari finiscono sotto processo. Gli inquirenti ipotizzano uno scambio di denaro e posti di lavoro per sanare la presunta occupazione abusiva del suolo pubblico. Il processo in primo grado si risolve con l’assoluzione e l’appello non si farà mai perché i fatti erano andati in prescrizione. L’hotel potrà vivere qualche anno ancora tranquillo, prima della valanga.
Una tipica storia italiana, verrebbe da aggiungere. D’altra parte già negli anni passati c’erano state segnalazioni, denunce, esposti. Molte di queste azioni portano la firma di Augusto De Sanctis, attivista del Forum H20 Abruzzo. Nei giorni in cui le operazioni di ricerca erano ancora in corso era emerso che:
L'hotel Rigopiano è stato costruito sopra colate e accumuli di detriti preesistenti, compresi quelli da valanghe. Lo testimonia la mappa geomorfologica dei bacini idrografici della Regione Abruzzo sin dal 1991, ripresa e confermata nel 2007 dalla mappa del Piano di Assetto Idrogeologico della Giunta Regionale. I documenti, riporta l'Ansa, sono stati evidenziati dal Forum H2O Abruzzo. In pratica il resort, in base a questa documentazione, è sorto su resti di passati 'eventi di distacco' provenienti dal canalone sovrastante la montagna. Diverso il parere della presidente dell'Ordine dei Geologi della Toscana: "Il resort sorgeva in una zona non segnalata, in carta di rischio, per criticità particolari".
Nel 2023 la neve a Rigopiano è arrivata quasi in contemporanea con i giorni del ricordo. La stagione sciistica, qui come nel resto degli Appennini, appare già compromessa, un ulteriore fattore di difficoltà per un territorio che dipendeva economicamente dall’hotel e che prova faticosamente a far conoscere le altre eccellenze, come il pecorino di Farindola e i percorsi escursionistici. Ma dal punto di vista ambientale il dramma di Rigopiano ha donato una nuova consapevolezza a popolazione e istituzioni? A Valigia Blu il parere di Augusto De Sanctis è perentorio:
La vicenda di Rigopiano non ha insegnato nulla. Dal mio punto di vista il tema della sicurezza viene messo ancora in secondo piano. Nella sola provincia di Chieti, giusto per fare un esempio, ci sono diversi impianti che sono classificati a rischio di incidente rilevante ma i piani di sicurezza non sono aggiornati. Più in generale in Italia la corretta applicazione della direttiva Seveso è un’utopia. E ciò non riguarda soltanto costruzioni preesistenti. Insieme ad altre associazioni del territorio, ad esempio, abbiamo presentato un ricorso contro il nuovo Piano Regolatore Generale del Comune di Ortona, che prevede un aumento a nostro avviso eccessivo delle cubature. Tra i motivi dell’opposizione c’è il fatto che nella pianificazione non è stata considerata la presenza di un sito di stoccaggio di idrocarburi a pochi chilometri dalla città. Attraverso il nostro costante monitoraggio del territorio dobbiamo dunque tristemente ammettere che la tragedia di Rigopiano non è stata studiata né interiorizzata.
Per De Sanctis i passi in avanti devono essere compiuti anche dal mondo dell’informazione. Partendo proprio dalla volontà di fornire un altro tipo di racconto rispetto a tragedie come quelle di Rigopiano:
Gli aspetti della sicurezza ambientale così come quelli relativi alle conseguenze dei cambiamenti climatici sono visti come elementi tecnici e tediosi. Su Rigopiano, ad esempio, ci si è concentrati per anni su un tema, pure importante, come le strade bloccate da e verso l’hotel. Ma la questione principale era, già da tempo, se quell’hotel poteva stare in quella posizione, in quel luogo e in quelle condizioni climatiche. In questi giorni il governo sta affrontando il tema dell’assenza di neve nell’Appennino come l’ennesima emergenza, a cui risponde con le solite proposte, invece di affrontare le questioni in maniera strutturale. E molto giornalismo si limita a riportare le posizioni del potere, senza mai contestualizzare. Si punta sempre alla cronaca e mai all’analisi, si vede sempre la cornice e mai il quadro.
In attesa del fiore della giustizia
Ci sono coincidenze che bisogna sapere accettare quando non è possibile rifiutarle: è la lezione del comitato vittime di Rigopiano, che deve affrontare in contemporanea al sesto anniversario del lutto anche il processo che dovrà definire le eventuali responsabilità. Al tribunale di Pescara saranno presenti pure gli 11 superstiti della tragedia: tutti insieme alle 16,49, il momento esatto in cui una valanga del peso di 120mila tonnellate spazzò via l’hotel Rigopiano, parteciperanno a una fiaccolata, con il successivo posizionamento di 29 rose bianche all’interno di quel che resta della struttura.
Quella del 18 gennaio è la prima delle udienze riservate alle arringhe difensive, a febbraio poi ci sarà spazio per eventuali repliche e tra la seconda e la terza settimana del mese è attesa la decisione del gup del Tribunale di Pescara, Gianluca Sarandrea. Nei mesi precedenti era stato il turno dell’accusa. I giornali locali hanno raccontato di una saldatura anche umana tra la pubblica accusa, rappresentata dal procuratore capo Giuseppe Bellelli e dai pm Andrea Papalia e Anna Benigni, e le famiglie delle vittime:
I nomi e i volti delle vittime proiettati per la prima volta in aula; le richieste di condanna, 151 anni e mezzo per 26 dei 30 imputati (12 anni per l’ex prefetto Provolo, 11 e 4 mesi per il sindaco di Farindola, 6 per l’ex presidente della Provincia, 200mila euro richiesti per la società Gran Sasso resort). Si parla di Rigopiano ma il pensiero corre all’ultima strage, a Ischia e a Casamicciola.
Sono stati anni davvero difficili per i familiari delle vittime. Persone comuni e non politicizzate si sono trovate a fare i conti con l’inerzia delle istituzioni, dovendo persino affrontare convegni che recavano titoli osceni (“Dalla grande calamità una valanga di opportunità) e processi indecorosi come quello affrontato dal padre di una delle vittime che ha violato la zona rossa per mettere un fiore tra le macerie e che si è poi risolto con un’assoluzione. Ci si aggrappa a una giustizia che, ancora una volta, vede nei tribunali l’unica sede di un possibile accertamento della verità. Con la consapevolezza che eventualmente non si tratterebbe di un lieto fine ma al massimo di una consolazione. A Valigia Blu la testimonianza di Gianluca Tanda, presidente del comitato vittime di Rigopiano, parte da qui:
La montagna non ha nessuna colpa, le responsabilità sono dell’essere umano ed è quello che andremo ad accertare col processo che si tiene a Pescara. Ciò che ci è successo mette comunque in evidenza che nei posti di comando devono esserci persone serie e competenti, soprattutto quando svolgono ruoli delicati. Non è possibile, tanto per fare un esempio, che in un paese montuoso il responsabile dell’ufficio valanghe fosse un geometra. Quello che più ci pesa è che in questi anni nessuno ci abbia chiesto scusa, non c’è stata nessuna ammissione di errore - e sia chiaro che solo nella fase precedente e immediatamente successiva alla valanga si può ancora parlare di negligenze e di sbagli, perché poi invece è subentrato il depistaggio per occultare azioni e omissioni. Non solo la catena di comando ha fallito ma ha pure la presunzione di avere fatto bene, segno di un’impunità che fa male.
Tanda è un imprenditore romano che in Abruzzo ha perso un fratello (delle 29 vittime soltanto una era originaria del paese di Farindola). Da sei anni la ricerca personale di verità e giustizia è diventata però un gesto collettivo. Il supporto di persone lontane, unite dal dolore, si è rivelato fondamentale. Anche perché di risultati percepibili in questi anni se ne sono visti pochi, fa notare ancora il presidente del comitato vittime di Rigopiano:
Qualche protocollo tecnico nel caso di emergenze è stato modificato, ci è stato riferito che la gestione dei soccorsi in Italia ha preso esempio dalla lezione di Rigopiano. Invece noi siamo stati accusati di voler fare un processo all’Abruzzo. In realtà vogliamo scuotere questa Regione e soprattutto le persone che su questa vicenda sono state costrette a tacere per paura di perdere il posto. Col comitato delle vittime di Rigopiano noi siamo dentro a una rete in cui ci sono anche il comitato del Vajont, de L’Aquila, di Amatrice e di tante altre sciagure che in maniera frettolosa vengono addebitate all’ambiente. In realtà il collante che tiene unite tutte queste storie è il denaro, la voglia di profitto.
Chissà se in altri paesi esistono così tanti altri comitati vittime di tragedie considerate “naturali” come in Italia. Intanto la Regione Abruzzo ha da poco riconosciuto al Comune di Farindola il contributo di 40mila euro per la realizzazione del ‘Giardino della Memoria delle vittime della sciagura di Rigopiano'. In attesa che gli ultimi nastri segnaletici, che ancora cingono i confini del perimetro dove l’hotel è stato travolto, vengano portati via.
Il coordinamento riuscito e quello mancato
Dolore e rabbia sono i sentimenti prevalenti di questa vicenda, ma non sono gli unici. C’è anche la passione che ha animato la sede regionale della Rai e che ha portato alla creazione del podcast “Rigopiano - Cronache dalla valanga”. Tre puntate da 20 minuti ciascuna che hanno visto la collaborazione dei giornalisti e delle giornaliste della Tgr Abruzzo, i quali e le quale hanno lavorato su un materiale d’archivio enorme: oltre 120 servizi e cinque inchieste in sei anni per raccontare quella che è stata definita “la più grande tragedia recente della montagna abruzzese”. Il podcast, che è uno dei primi esperimenti prodotti da una sede regionale della Rai, è disponibile dalla mezzanotte del 17 gennaio su raiplaysound:
Omissioni, negligenze e scaricabarile: un intero sistema mostra le sue falle nella sciagura costata la vita a 29 persone. In questi anni la Tgr Abruzzo ha provato a indagare le responsabilità del disastro: dalla mancata attivazione di elicotteri militari alla riunione delle acque minerali; dal mistero delle telefonate del cameriere Gabriele D’Angelo, volontario di croce rossa, alla guerra tra inquirenti. Nell’anno della sentenza, con una perizia che richiama le inchieste giornalistiche Rai, vengono restituiti sei anni di lavoro sotto forma di podcast.
Un coordinamento giornalistico che in parte sorprende, se si pensa ai tanti egoismi che costellano il mondo dell’informazione. E che fa da contraltare al mancato coordinamento istituzionale negli attimi più concitati della tragedia di Rigopiano. A Valigia Blu Roberta Mancinelli, tra le autrici del podcast, approfondisce la prospettiva:
Di lezioni da trarre dalla tragedia di Rigopiano direi che ne sono state tratte poche. Nel nostro lavoro giornalistico abbiamo preso posizione in alcuni passaggi con lo scopo di andare oltre le indagini giudiziarie. Ovviamente non vogliamo sostituirci agli organi inquirenti ma offrire spunti di riflessione. Secondo la nostra ricostruzione non si è fatto tutto il possibile per accertare la verità. Si poteva fare di più. La mancanza di coordinamento nei soccorsi e nell’intervento, che c’è stata, è stata dettata in parte dall'incompetenza e in parte, a livello più generale, da un sistema italiano che non funziona. Se sulle Alpi non c’è struttura alberghiera che non venga supportata dagli enti pubblici, a Rigopiano si agiva come se la neve fosse una questione privata che doveva affrontare il proprietario della struttura (che tra l’altro ci ha rimesso pure la vita quel giorno).
Uno degli aspetti che emerge nella ricostruzione giornalistica di Rigopiano effettuata dalla squadra della Rai è l’assenza di una mappatura delle aree interessate da valanghe, aspetto quantomeno paradossale in una Regione che vanta le cime più alte dell’Appennino. Ancora Roberta Mancinelli:
L’altra lezione di Rigopiano che non si è appresa è la costituzione di una Carta delle Valanghe. In Abruzzo ce l’hanno soltanto i bacini sciistici. Uno strumento, quello della Carta, che ovviamente viene pure visto male dai privati perché ti impone la mitigazione del rischio e dunque dei costi aggiuntivi, oltre a eventuali vincoli edilizi. Col risultato che nel 2017 in una delle Regioni più montane d’Italia non esisteva una CLPV, la Carta di Localizzazione dei Pericoli da Valanga.
Immagine in anteprima via abruzzoweb.it


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