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Gli amabili resti di Tommaso Bonaiuti. 5 dischi (+5) del 2022 che forse vi siete persi

#18Gennaio  #Articoli 

Contenuto originale di SENTIREASCOLTARE
L’intento di questo breve opuscolo, se così gradite, è di segnalarvi una manciata di uscite che probabilmente vi siete persi.
Potere fantasma – Potere fantasma (duofonico)
Per chi se la ricorda, la teoria dell’”hauntology” messa in campo dal filosofo Mark Fisher nei suoi scritti sui “futuri perduti” (poi raggruppati in una raccolta dal titolo “Ghosts of my Life”) ha avuto un impatto decisivo sull’ultimo ventennio almeno di musica “altra”, sia a livello di immaginario (testi, copertine, grafiche, etc.) che a livello musicale, applicando un film gelatinoso e un po’ rovinato al sound che in un certo senso ha ringiovanito la musica alternativa invecchiandola – una membrana lo-fi, opaca e piena di riverberi, come echi di un motivetto antico intrappolato in una camera anecoica e loopato all’infinito.
Sul tema della “memoria non vissuta” si sono espressi con maggior incisività compositori che flirtano con uno spettro che va quasi dalla neoclassica alla musica industriale (Caretaker, il “tecnico del suono” dell’Overlook Hotel, e i suoi lavori più recenti sull’Alzheimer, o i piani spettrali “in caduta libera” di Tim Hecker), mentre addirittura un’etichetta, Ghost Box, si è dedicata interamente ad esplorare le varie intersezioni tra questo mondo analogico e “cassettoso” alla Boards of Canada e il folklore orrorifico dell’antica Albione (The Wicker Man), avventurandosi anche nella vastità degli spazi liminali (riecheggiati anche dalla storica copertina “razionalista” di R Plus Seven di Oneohtrix Point Never), propaggini oscure dell’inconscio, spazi potenzialmente infiniti in cui perdersi.
Ciò che Ghost Power, nuovo progetto collaborativo tra il sempre oberato Tim Gane (Stereolab, Cavern of Anti-Matter, e altri) e il polistrumentista Jeremy Novak (che ha conosciuto il fondatore degli Stereolab durante gli anni ’90) ha in comune con l’universo appena descritto non è solo un’evidente assonanza con Ghost Box, ma condivide anche quell’impianto narrativo giocoso e apparentemente innocuo tipico del sound di Belbury Poly (progetto solista di Jim Jupp, co-fondatore di Ghost Box): “blip-blops” da serie tv di fantascienza anni ’60 e altri suoni che sembrano presi in prestito da una library puntellano un sound che omaggia e replica (con fare postmoderno alla Beak) tutte le possibili sfaccettature dello psych.
Tuttavia, il suo scorrere frenetico e ipnotico e la totale assenza di appigli testuali e vocali rende quest’opera un curioso trip da provare, con un maestoso finale che omaggia la kosmische più profonda e siderale (soprattutto nell’anno della scomparsa di due giganti del genere come Klaus Schulze e Manuel Gottsching).
Romeo Poirier – Soggiorno (Faitiche)
L’impressione è che negli ultimi anni, la musica ambient abbia in un certo senso riconquistato un posto di prestigio nel novero dei generi di sperimentazione sonora, forse per una stoica e infinita capacità di adattamento alle circostanze (la sfera domestica autoreclusiva del periodo pandemico sembra un luogo ideologico perfetto per questo tipo di musica), o per le infinite vie compositive con cui è concesso accedere alla stasi totale, o a una formula che possa appunto ricondurre a questo genere come riferimento.
L’ambient è diventato un po’ il minimo comune denominatore delle esperienze meditative attorno alla musica, e ciò che fa quasi più rumore del genere stesso è l’infinita conversazione su di esso, le molteplici impalcature ideologiche o concettuali che sembrano stare lì solo per giustificarne l’esistenza o sorreggerne l’esile peso, la struttura cagionevole e flebile, o riempirne i necessari vuoti. Così, molta musica che non riconduce all’idea generica che si ha dell’ambient (“musica per meditare”, pallide imitazioni new age dei mantra delle discipline orientali, o anonime composizioni per pianoforte) per quanto affascinante finisce per annoiare e quasi irritare dato l’overflow di significati e significanti che si celano (o forse ce li fanno stare?) nei lavori di accorati e profondissimi scultori del suono. Da “music” a “muzak”, quindi, il passo è breve.
Ma tra millantatori, impositori di mani e falsi guru, ciò che ci scordiamo spesso è la vera, pura e semplice origine di questa splendida fucina di suoni non organizzati: il loop. Dai primi studi sulle Frippertronics (le rudimentali, seppure ingegnose tecniche di ripetizione messe a brevetto per il leader dei King Crimson, Robert Fripp) ai primi volumi di “Music for”, un Brian Eno ancora laccato e scintillante dal suo periodo glam coi Roxy Music ci insegna che il singolo suono, sia esso naturale, e quindi “ricavato” da uno spazio reale, oppure riprodotto da qualche macchinario o strumento musicale, ha un valore di per sé inestimabile, che ascende appunto da un gruppo di suoni organizzati, e la cui ripetizione mantrica genera una composizione “completa”, una narrazione che non ha bisogno di altri dettagli per funzionare o comunicare.
Roméo Poirier, il “sonic artist” (come recita la sua bio di bandcamp) franco-belga, si lascia ispirare catturando istantanee di vita vissuta, e inserendo suoni e field recordings nella sua Living Room come piccoli elementi di design che abbelliscono uno spazio domestico. Poirier è una guardia costiera e fotografo per diletto; le sue opere fotografiche sono spesso utilizzate negli artwork dei suoi lavori, e riconducono appunto a momenti catturati, fatti di stasi e ripetizioni. Per questo suo terzo LP, ha messo mano a una notevole quantità di nastri analogici del padre (anche lui artista sonoro), pieni di esperimenti vocali, frammenti di conversazioni casuali registrate al volo, suoni di vari uccelli o il semplice frangersi delle onde sugli scogli.
Inizialmente un batterista, Poirier bolle all’osso l’essenza ritmica delle sue sculture sonore, in cui i pattern e i groove sono sostituiti da pulsazioni subacquee, e l’incedere dei brani ha un qualcosa di sonnambulo, onirico. Questa qualità acquatica è data da un’intuizione, utilizzata da Poirier per ri-registrare parti dell’album mediante casse impermeabili, immerse in una vasca piena d’acqua e catturate da un idrofono, proprio per ottenere un sound che sembra provenire dai fondali marini. Un album nato da idee e fonti sonori “semplici”, che tali restano e che ben si amalgamano in un utilizzo molto “musicale”, armonico e sapiente dei loop.
Empatico - Visitatore (Fat Possum)
Volendo, potremmo trovare dei punti di contatto, delle analogie tra il disco che sto per consigliarvi e i precedenti due: se vi ricordate ho citato l’hauntology e gli spazi liminali, che qua sono ben presenti nel sound e nella copertina; anche in questo album si ha un utilizzo (non centrale però) dei field recordings a evocare un senso di “spettralità”, se mi passate il termine, e il liminale è suggerito dalla stanza rosa raffigurata sulla cover di questo disco. Tuttavia, lo spazio interno mostratoci non ha nulla di minaccioso o ignoto, quella porta aperta verso altre stanze è accogliente e ci invita a entrare in un mondo regolato da logiche ben distanti dal contesto di riferimento.
La scena di Philadelphia è una tra le più interessanti nel panorama alternative americano, dando vita a un nugolo di band molto particolari che stanno estendendo i limiti del rock: se si parla di sound ipnagogico è forse più opportuno citare The Spirit of the Beehive, il cui ENTERTAINMENT, DEATH (miglior album del 2021 per chi scrive) si muove su più coordinate citando in egual misura i Death Grips, i Pavement di Terror Twilight e Ariel Pink e i suoi graffiti spettrali e i Beach Boys; gli Empath riescono a replicare a modo loro dei frammenti di quel sogno lucido, calandolo però in un contesto di furia cieca, come i passaggi più onirici e psichedelici di Zen Arcade. Non a caso, gli Empath bagnano il proprio esordio con una serie di EP di natura più sperimentale, in cui sono proprio le registrazioni estemporanee a formare un collage piuttosto fitto e caotico che esercita un effetto straniante sull’ascoltatore, poi colpito da bordate hardcore di matrice noise orchestrate dal drumming animalesco di Garrett Koloski (già nei Perfect Pussy), vera anima della band.
Il primo LP della band, intitolato Active Listening: Life on Earth è un disco ancora pieno di quelle intuizioni, con l’idea che i due poli opposti (la parte diciamo così “ambient” e quella punk) stiano facendo la lotta greco-romana per prevalere l’uno sull’altro. Visitor ci invita appunto a entrare in uno spazio (in cui il “visitatore” in questione è proprio l’ascoltatore, suppongo) in cui gli Empath hanno già imparato a dominare questi due impulsi e a renderli un’unica entità: i field recordings lentamente spariscono, incuneandosi tra i solchi delle tracce, auto-occultandosi come voci e piccoli suoni in reverse in un amalgama sonoro sempre più denso e pronto a esplodere, ma in cui il cantato “silly” e melodico di Catherine Elicson (spesso doppiato dalle parti di synth) riconduce anche a ispirazioni dream pop.
Un grande disco, anche in questo caso, sorretto da semplici ma efficaci visioni.
Catena del serpente - Catena del serpente (sconvolgere il ritmo)
I più punk di tutti decidono di parlare del niente: la futilità della vita comune messa alla berlina dalla voce monocorde e annoiata di Florence Shaw dei Dry Cleaning, è un ottimo esempio. Il suo carniere di frasi estrapolate da luoghi comuni, conversazioni metropolitane, small talk, bizzarre osservazioni senza fondamento logico o patetici bisogni borghesi sono quanto di più dissacrante e pungente si possa trovare nella produzione lirica del genere, ma è soprattutto la delivery, il modo in cui dice quelle cose, a colpire nel segno.
Se vogliamo trovare un doppelganger, il doppio malefico, il negativo di Florence Shaw, non dobbiamo far altro che restare a Londra, e addentrarci nel claustrofobico mondo degli Snake Chain, usciti nel 2022 appena terminato con il proprio debutto su Upset the Rhythm. “Don’t put that on the internet, it’s out of context!”, grida la cantante Kate Mahoney in “Internet”, rievocando un senso di orrore e malessere dato da una sottigliezza, o dal fatto che qualcosa non possa tornare nella vita ordinata, pallosa e monotona delle persone.
In una gragnuola di schiaffoni così possenti e ben assestati (con abbondante uso di d-beat, feedback assordanti e synth deputati al solo scopo di fare rumore), i testi di Mahoney paiono nonsense e dissacranti a senso unico per il solo gusto di esserlo, ma celano appunto un senso di inadeguatezza, di panico costante. Ovviamente anche qua la delivery è (quasi) tutto, ma al contrario di Florence Shaw qua non si sussurra, ma si grida sguaiatamente: un atto liberatorio e rinfrescante.
Gli Orielles – Tableau (celeste)
Ok, magari non vi sarà sfuggito o non sarà un album tanto oscuro quanto i precedenti, ma ho la sensazione che gran parte della stampa l’abbia snobbato o comunque non considerato a dovere, per quello che – lo dico subito – è forse l’album dell’anno.
L’arco discografico degli Orielles, trio britannico originario di Halifax, è piuttosto particolare ed è composto da una serie di coordinate cruciali, che la band ha in un certo senso percorso nel momento “sbagliato” – il classico esempio di “right place, wrong time”. Il primo album in studio, Silver Dollar Moment del 2018, è discreto e mette in atto un giocoso mix tra indie rock di matrice primi Duemila, qualche nuance psichedelica e una sorta di punk-funk che omaggia a tratti le Slits così come i Tom Tom Club in chiave “slacker”; tutto bello e anche “fashionable” se non fosse che la bolla del post-post-post punk esploderà proprio in casa loro un paio di stagioni più tardi, e quindi l’impressione è che un album così sarebbe stato perfetto se fosse uscito qualche mese dopo l’effettiva uscita.
Poco male, Heavenly (ancora un nome piuttosto altisonante nel panorama delle etichette indipendenti) fa carte false per mettere sotto contratto questa talentuosa band (peraltro giovanissima), e concede loro tutto il tempo necessario per lavorare su un secondo disco ancor più stratificato e ambizioso, Disco Volador (uscito nel 2020): questa volta il sound si fa più “espansivo”, il focus è su un bizzarro mix tra space rock e disco, un omaggio alla space disco degli anni che furono, con tanto di charlie in levare, discopalle rotanti e riflettenti e citazioni ai classici del genere. È un album che questa volta sembra calarsi in un contesto specifico e “marchettizzabile”, dato il sorprendente ritorno alla discomusic (dall’exploit dei Tame Impala, che ne incorporano molti elementi caratterizzanti, al successo postumo dei Boney M presso la generazione Z con i propri brani “usurpati” nei video di Tik Tok), ma ancora non funziona come dovrebbe.
Si cita l’indie rock di matrice Midwest americana degli anni ’90 e il trip hop in egual misura, la lounge music, lo space age pop, una sorta di trasversalità che ricorda gli Stereolab per generosità e inventiva. Se non lo avete ancora ascoltato, rimediate; se sentivate la necessità di un album così, fatelo vostro, ascoltatelo e adoratelo all’infinito.
Menzioni onorevoli
Odiano il cambiamento - Finalmente nuovo (Jagjaguwar)
Curioso notare come Jagjaguwar, label tendenzialmente interessata alle varie estensioni dell’indie rock e poco oltre, abbia deciso di puntare su questo giovane duo di producers e rapper provenienti da Tampa, Florida. L’esordio lungo dei THC (acronimo non casuale) è un album che nasce col pretesto di omaggiare il tipico sound locale, il jook (una sorta di commistione tra la Miami Bass originale degli anni Ottanta e l’hip hop), ma che va ben oltre le proprie intenzioni e propone una serie di brani esplosivi dalla matrice jungle e dancehall, oltre a gustosi riferimenti subculturali (il brano “X-Ray Spex”).
Afrorack - L'Afrorack (Haluna Kulala)
Vi ricordate dei Silver Apples? Il leader Simeon Cox s’inventò un oscillatore (e un nuovo sound) partendo dall’assemblaggio di componenti di scarto, e lo stesso avviene in Uganda, in tempi recenti: il musicista Brian Bamaya costruisce un synth modulare, e inizia a scolpire piccole composizioni che omaggiano la musica tradizionale del suo paese, estrapolandone i poliritmi e la disponibilità melodica ma calandole in un contesto elettronico e fortemente freeform: una delle esperienze sonore più particolari che vi possa capitare di ascoltare.
Boris - W (Sacred Bones Records)
La leggendaria, mastodontica entità nota come Boris non è mai doma e anche quest’anno ha messo a referto ben tre uscite, di cui l’highlight è probabilmente il terzo capitolo della trilogia degli Heavy Rocks. Distratti forse dalla sobrissima copertina leopardata, i fans (e non) della band di Wata e co. si saranno persi questa release in sordina, uscita nel gennaio del 2022, ma è sicuramente la più originale tra le tre uscite e forse uno dei dischi più originali dell’anno, da un punto di vista di ambiente sonoro. Le atmosfere qua si fanno distese e dense, si abbandona il sulfureo e il luciferino e i giapponesi ritornano allo splendore statico di capolavori come Flood, in cui esploravano un lato più intimista e sperimentale. Qua si possono trovare composizioni che richiamano lo slowcore così come lo shoegaze, senza alcun tipo di supporto ritmico, ma con infinite distese (e tracce nel mix) di chitarre. Una doccia calda.
Bitchin Bajas – Bajascillators (Drag City)
I Bitchin Bajas, un collettivo di indefessi studiosi del suono modulare, hanno riscritto regole e termini della navigazione cosmica attraverso varie esperienze “trasformative”: le prime esplorazioni, memori delle jam e delle orge di synth degli Emeralds, erano legate tra di loro solo dal mix di varie sessioni d’improvvisazione; poi, l’esperimento di rilettura del repertorio di Sun Ra, liofilizzato e ri-composto come piccole sequenze sintetiche. Infine, il loro lavoro più ambizioso e strutturato, questo Bajascillators che, in quasi un’ora di durata per quattro tracce, si sviluppa in composizioni organiche e stratificate, con tanto di organi (caldi), batterie, e una certa nostalgia per i commenti sonori a documentari di divulgazione scientifica. Super Quark in acido.
Meridian Brothers - Meridian Brothers e gruppo rinascimentale (Ansonia)
È da più di un decennio che la bizzarra creatura di Eblis Alvarez, polistrumentista colombiano, cerca di ridisegnare i confini della cumbia presentandola in varie forme per un nuovo pubblico. Usando Bogotà come base-laboratorio, Alvarez si avvale di numerosi ospiti e collaboratori (interni ed esterni) per portare avanti il progetto dei Meridian Brothers, ma questa volta mettendo in piedi un gruppo fittizio – el Grupo Renacimiento, appunto. Un album se vogliamo più “quadrato” ed entro i limiti del genere rispetto al precedente Cumbia Siglo XXI, ma non meno strampalato nei temi (si parla di apocalissi nucleari, androidi e replicanti, ma anche di stato di polizia e violenza) nella scelta di curiosi orpelli sonori da cartone animato, e in un immaginario vividissimo e gustoso. I Muppets con la cumbia nel sangue.


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