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Il colonnello che ha catturato Messina Denaro parla a volto scoperto: “Ci ha ringraziati per come l’abbiamo trattato”

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Contenuto originale di INFODIFESA
Era un ragazzino il colonnello Lucio Arcidiacono quando nelle campagne del catanese, dove è cresciuto tra basket, amici e parrocchia, si consumavano delitti pressoché ogni settimana. L’investigatore del momento è un carabiniere siciliano forgiato negli anni delle guerre di mafia e delle battaglie antimafia. Lo cercano tutti, dai network americani ai notiziari su TikTok.
Famiglia solida, impegnata nel sociale. Lui al liceo, e la divisa come sogno e missione. Perciò l’arresto di Messina Denaro tra le mani del militare con il fisico da pivot e lo sguardo da pilone hanno il sapore della rivincita di un’intera generazione. Entrava nell’Arma nell’ottobre del ‘93, quando la mafia faceva stragi e Totò Riina, il diabolico capo corleonese, era da poco rinchiuso in una cella di tre metri per due. Stare dalla parte dello Stato era molto di più che pensare a una carriera.
Ci sono cose che t’insegnano all’accademia, altre che apprendi per strada. Nella Sicilia di trent’anni fa come in quella di oggi una frase smozzicata, un giro di parole o un certo modo di guardare, sono il bandolo di una matassa che solo chi maneggia certi codici di comportamento non ha bisogno di decifrare.
Leonardo Sciascia scrivendo l’insuperabile “Il giorno della civetta”, fece arrivare in terra di mafia un capitano da Parma. Era Bellodi: «E tutte quelle volpi, vecchie e nuove, che stanno a sprecare il loro fiuto dietro le idee politiche o le tendenze o gli incontri dei membri più inquieti di quella grande famiglia che è il regime, e dietro i vicini di casa della famiglia – diceva il capitano -, sarebbe meglio si mettessero ad annusare intorno alle ville, le automobili fuori serie, le mogli, le amanti di certi funzionari: e confrontare quei segni di ricchezza agli stipendi, e tirarne il giusto senso».
Una lezione messa frutto dal Primo reparto investigazioni del Ros che anche così ha seguito le tracce del padrino di Castelvetrano. «Quando me lo sono trovato davanti l’ho subito riconosciuto. Era lui, l’uomo tante volte visto nelle ricostruzioni fotografiche», dice Arcidiacono misurando le parole che gli escono con quel timbro baritonale per cui non serve neanche vedere le mostrine per capire chi è che comanda. Da otto anni gli dava la caccia, giorno e notte. «Mi rendo conto che una persona comune difficilmente avrebbe associato quel volto a quel nome», ma non i carabinieri che molte volte gli sono arrivati a un passo.
Intercettazioni e parole a mezz’aria, ascoltate in anni di lavoro nell’ombra, di passi avanti e altri indietro, hanno permesso di accertare che il capobastone non godesse di buona salute. «Nessun pentito ha collaborato alla cattura», assicurano gli investigatori che con più di 100 fiancheggiatori arrestati negli ultimi anni, di notizie ne hanno raccolte e ricomposte in un puzzle a cui mancava l’ultima tessera.
Quattro giorni fa è arrivata la svolta e la decisione di autorizzare l’operazione. «Nella banca dati del Servizio Sanitario nazionale abbiamo trovato il nome di un paziente che aveva fissato una visita specialistica per lunedì 16 gennaio», raccontano. Era il profilo del malato oncologico che cercavano, «con una tipologia di tumore corrispondente a quella che avevamo individuato per il latitante, secondo i tempi del trattamento e le cure eseguite, faceva stringere il cerchio». Soprattutto quell’uomo presentava la falsa identità di un residente a Campobello di Mazara, feudo di Messina Denaro. Più di un indizio, per chi sa che un vero capomafia non tradisce mai le radici della malapianta.
Il faccia a faccia tra il cacciatore e la preda andrebbe raccontato al rallentatore. «Lei lo sa chi sono io», ha detto Diabolik al carabiniere. Che l’ha lasciato parlare perché i boss, quando li prendi dopo anni di caccia nel buio, magari non apriranno mai più bocca: «Mi chiamo Matteo Messina Denaro».
Niente divisa con le stellette, indosso ancora il dolcevita e il blazer scuro con cui ha fermato il mammasantissima, ora il carabiniere siciliano non nasconde l’emozione di quei lunghi istanti, che definisce «grande». Del resto «mi sono arruolato nei carabinieri un anno dopo le stragi Falcone e Borsellino».
La strada è ancora lunga, ma quella generazione, i ragazzi dei caroselli antimafia, dell’antiracket, di Libera e della riappropriazione dei beni dei boss, dei poster di Falcone e Borsellino nelle camerette accanto a quelli delle rockstar, per ora ha vinto. La cupola che conoscevamo non c’è più. E l’ultima mandata al portone blindato dentro a cui è finito l’erede della stagione corleonese, il destino ha voluto che venisse data a Palermo, la città martire e carnefice, per mano di carabinieri siciliani che trent’anni fa non hanno avuto paura di prendere la strada di chi per mano di mafia non c’era più.
«Le indagini di tutti questi anni – ha raccontato il colonnello – ci avevano consegnato l’immagine di un capoclan diverso dagli altri: prima stragista, poi dedito prevalentemente agli affari. Ebbene, oggi abbiamo avuto la conferma: è all’opposto dello stereotipo del classico mafioso di un tempo».Come in ogni storia che si chiude, aprendo a capitoli nuovi e imprevedibili, c’è sempre un gesto prima dei titoli di coda. Un gesto che in Sicilia e tra siciliani doveva avvenire senza nessuna parola. Racconta il colonnello Arcidiacono di aver chiesto a Messina Denaro, comunque un uomo malato e ormai in trappola, se se avesse voluto mangiare qualcosa, magari prima di prendere le medicine. Nulla. «Ci ha fatto i complimenti per come lo avevamo trattato durante l’arresto e ci ha dato atto del lavoro svolto per arrivare alla cattura». Poi il silenzio, mentre l’ex latitante con un cenno di gratitudine allunga la mano e prende un bicchiere d’acqua dalle mani del suo cacciatore.
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