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Tonga, l'eruzione continua a insegnarci molto

#17Gennaio  #Scienza  #Catastrofi  #Ambiente 

Contenuto originale di Wired Italia
L'anno scorso, mentre il suo sguardo era rivolto verso lo spazio, Larry Paxton ha visto una cosa insolita. Il fisico della Johns Hopkins University utilizza strumenti satellitari in grado di osservare la regione dello spazio che si trova appena sopra l'atmosfera. Questi dispositivi riescono a scrutare all'interno spettri di luce che gli esseri umani non possono vedere, come l'ultravioletto estremo, monitorando fenomeni come il bizzarro tempo metereologico spaziale. Alla fine di gennaio, però, il team di Paxton ha notato qualcosa di strano durante una scansione: una parte della mappa si era oscurata. I raggi di luce ultravioletta erano stati assorbiti da un qualche tipo di molecola, producendo una macchia sfocata grande più o meno quanto la Germania.
Non ci è voluto molto a capire l'origine del fenomeno: il vulcano Hunga Tonga-Hunga Ha'apai aveva appena eruttato nel Pacifico meridionale. Quelle molecole – una quantità d'acqua sufficiente a riempire cento piscine olimpioniche – erano state scaraventate in cielo a una velocità superiore a quella del suono da un'esplosione mai registrata prima sulla Terra. "Si tratta di un'enorme quantità d'acqua iniettata a grande altezza – spiega Paxton, che qualche settimana fa ha presentato la sua ricerca all'American Geophysical Union –. È una cosa straordinaria".
A un anno di distanza, gli scienziati che studiano praticamente ogni angolo del nostro pianeta, dal mantello terrestre agli oceani passando per la ionosfera, continuano a vivere momenti simili a quello di Paxton, rimanendo sbalorditi di fronte alle scoperte fatte in seguito all'eruzione del vulcano. Negli ultimi mesi, gli scienziati hanno osservato nuove onde vibrazionali che sono rimbalzate in tutto il mondo, innescando tsunami in bacini oceanici molto lontani dall'eruzione, e hanno rilevato la più alta concentrazione di fulmini mai registrata. L'impatto dell'eruzione si è fatto sentire anche nel Mediterraneo, dove – come riporta l’Istituto Nazionale di Geofisica e Vulcanologia – ha generato perturbazioni atmosferiche. Secondo Holger Vömel, scienziato del National Center for Atmospheric Research, le nuove molecole d'acqua cosmiche rappresentavano l'estremità superiore di un enorme pennacchio che ha riempito l'alta atmosfera di una quantità d'acqua sufficiente a intrappolare il calore sottostante e che probabilmente riscalderà la Terra negli anni a venire.
Un'eruzione replicabile?
Quella del 15 gennaio 2022 è stata senza dubbio un'esplosione fuori dalla norma. Ora però i ricercatori stanno cercando di capire se si sia trattato effettivamente di un fenomeno unico. La risposta avrà implicazioni per le centinaia di vulcani sottomarini sparsi per gli oceani della Terra: "L'eruzione dell'Hunga mette in primo piano un nuovo tipo di vulcano e nuovi tipi di minacce sottomarine", spiega Shane Cronin, vulcanologo della University of Auckland. Eppure solo pochi vulcani sottomarini sono stati oggetto di ricerche approfondite. Tra questi ci sono il vulcano sottomarino Axial, che si trova a circa 480 chilometri dalla costa dell'Oregon e viene studiato fin dagli anni Settanta, e il Kick ‘em Jenny, un vulcano sottomarino attivo da tempo vicino all’isola di Grenada, nel mar dei Caraibi. Entrambi i siti sono meta di regolari spedizioni di ricerca e sono coperti da sensori per il monitoraggio dei rumori.
Molti altri però si trovano in aree remote del Pacifico, lontano dalle grandi città o dai porti dove approdano le navi da ricerca. I luoghi più vicini a questi vulcani sono piccole nazioni insulari, come Tonga, che non hanno programmi di monitoraggio dei vulcani né la possibilità di installare monitor sismici, in parte per via di problemi geografici. Tonga, per esempio, è formato da una serie di isole, una conformazione poco indicata per triangolare le fonti delle onde sismiche. Inoltre, in paesi dove la popolazione è più simile a quella di una grande città spesso il personale e i fondi possono scarseggiare. Esistono enti internazionali, come la Rete di monitoraggio sismico del Servizio geologico degli Stati Uniti (Usgs), che offrono una copertura globale delle attività geologiche insolite, ma le stazioni sono generalmente poche e troppo distanti tra loro per captare gli impercettibili rumori che preannunciano un'imminente eruzione sottomarina, sottolinea Jake Lowenstern, direttore del Programma di assistenza ai disastri vulcanici dell'Usgs.


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