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Una bussola per la politica estera e di difesa italiana. Intervista al Senatore Marco Dreosto

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Contenuto originale di Geopolitica.info
Ripartire dal Mediterraneo Allargato e dalla sicurezza della regione balcanica per un’Italia protagonista a livello internazionale ma con un occhio attento alle minacce provenienti da Russia e Cina. Questi i temi sollevati dal Sen. Marco Dreosto, esponente della Lega, Segretario della Commissione Affari Esteri e Difesa di Palazzo Madama e membro della delegazione italiana all’Assemblea parlamentare del Consiglio d’Europa, in un’intervista volta a indagare alcuni dei principali temi al centro dell’agenda parlamentare. Netta la presa di posizione sull’annosa questione degli investimenti nel settore della difesa: “investire in difesa significa rispettare i patti presi con i partner internazionali e dimostrarsi affidabili, puntare su innovazione e ricerca tecnologica e garantire anche gli aspetti occupazionali”, afferma Dreosto.
Senatore Dreosto, la ringraziamo per aver accettato il nostro invito. In qualità di Segretario della 3ª Commissione del Senato, partecipa alla politica estera e di difesa nazionale da una posizione privilegiata. Quali sono, secondo lei, le principali sfide che attendono il nostro paese?
Innanzitutto grazie a voi e al vostro lavoro. Non è sempre facile parlare di politica estera e di difesa nel nostro Paese. Troppe volte queste tematiche sono state considerate come di serie B. È necessario ribaltare questo paradigma e far si che l’Italia torni ad occuparsi di politica estera da protagonista e non da semplice spettatrice, anche grazie a un dibattito pubblico su questi temi. Bisogna ripartire dal Mediterraneo allargato. Da lì passa la sicurezza degli approvvigionamenti energetici (per cui massima attenzione all’instabilità del Sahel e del Nord Africa, specialmente della Libia). Inoltre dal Mediterraneo passano i flussi migratori che possono essere utilizzati da attori ostili come arma per una guerra ibrida alla quale non possiamo farci trovare impreparati. Senza dimenticare ovviamente il sempre presente rischio del terrorismo che deriva dall’instabilità di quelle zone e dalle infiltrazioni jihadiste sulle coste opposte alle nostre. Poi indubbiamente dobbiamo riservare particolare attenzione ai Balcani, area strategica per l’Italia. Le recenti tensioni tra Serbia e Kosovo ci devono preoccupare. Ma la pronta reazione italiana con la visita ufficiale dei Ministri Tajani e Crosetto a Belgrado e a Pristina e il ruolo chiave del contingente Nato KFOR a guida italiana sono riusciti a gestire la situazione in maniera egregia, usando la diplomazia e il soft power di cui l’Italia è maestra. Inoltre la situazione nei Balcani è particolarmente delicata essendo considerati un laboratorio, sfruttato da Cina, Russia e Turchia per attività di manipolazione delle informazioni e per la guerra ibrida volta a indebolire l’Europa. Il Summit sui Balcani convocato dal Ministro Tajani a Trieste il prossimo gennaio va nella giusta direzione dando un segnale di una volontà dell’Italia di essere protagonista e capofila in UE in un’area così strategica non solo per il nostro Paese ma per l’Europa intera.
L’invasione russa dell’Ucraina ha riacceso l’attenzione sulla prontezza delle forze armate degli Stati membri dell’Alleanza Atlantica e dell’Unione Europea. A poco meno di un anno dall’inizio del conflitto, quale valutazione si può dare delle misure – alcune delle quali inedite – messe in campo dalle due istituzioni?
L’Alleanza Atlantica ha dimostrato flessibilità nel suo Concetto Strategico approvato durante il Summit a Madrid. Bene la maggiore presenza sul fronte est per ovvie ragioni ma la Nato ha anche affermato di prestare particolare attenzione al fronte sud e anche di cambiare giustamente postura con la Cina che sempre di più si sta rivelando inaffidabile ed ostile. Inoltre, sia a livello europeo che atlantico, ci si è accorti che le minacce non erano solo ibride ma anche tradizionali, militari in senso stretto e di possesso territoriale. Alcuni caldeggiavano gli smantellamenti delle forze armate e consideravano estinta una minaccia militare esterna mentre ora, dopo il 24 febbraio, è chiaro a tutti – o almeno dovrebbe esserlo – l’importanza di continuare ad avere e produrre armamenti, carri armati, aerei, avere una flotta capace di saper reagire e intervenire ove e quando necessario. Ecco che l’investimento in Difesa si è riscoperto cruciale. Per cui bene investire in Difesa ma attenzione a farlo in maniera sinergica e strutturata per evitare che parte degli sforzi risultino vani. Penso e ritengo che una maggiore collaborazione a livello europeo sia auspicabile ma sempre rimarcando una fondamentale cooperazione con l’Alleanza Atlantica e con gli Alleati d’oltreoceano. Se si chiede di essere ascoltati e avere una voce in capitolo all’interno della Nato è necessario che il costo di questa non pesi solo sulle spalle di alcuni. È necessario che l’Italia faccia la propria parte, anche dal punto di vista economico. Investire in Difesa significa rispettare i patti presi con i partner internazionali e dimostrarsi affidabili, puntare su innovazione e ricerca tecnologica e garantire anche gli aspetti occupazionali.
Il conflitto ucraino, però, ha rinnovato anche l’idea di una minaccia cyber latente ma pervasiva. Qual è lo stato di salute, ad esempio, delle infrastrutture critiche nazionali rispetto questo tipo di minaccia?
Verissimo. L’altra tipologia di minacce che dobbiamo affrontare accanto a quelle tradizionali sono quelle cibernetiche. Ecco come sia fondamentale allora inserire come priorità l’innalzamento delle difese cyber. Magari pensiamo che queste minacce cesseranno una volta finita – auspicabilmente presto – la guerra in Ucraina. Niente di più sbagliato! Futuri attacchi cibernetici russi anche fuori dai confini ucraini sono un possibile sviluppo del conflitto e questi attacchi non cesseranno ma verranno incrementati una volta raggiunta una pace sul terreno. Inoltre è necessario non dimenticarci che, oltre alla Russia, vi è un altro attore ostile come la Cina. Sono stato l’unico parlamentare italiano a essere membro della storica prima missione del Parlamento europeo a Taiwan dove ci hanno allarmato su come la Cina usi il cyber spazio per attaccare gli avversari in maniera molto efficace. Su questo punto, sarà di fondamentale importanza rafforzare le difese cyber anche con una strategia comune a livello europeo e di alleanza atlantica. E qua faccio un invito, coinvolgendo anche un altro alleato all’avanguardia nel settore come Israele. Ecco come con una triangolazione tra Washington, Europa e Tel Aviv, il fronte occidentale potrebbe rafforzarsi e aumentare le proprie difese in maniera significativa per rafforzare le difese a quelle infrastrutture critiche nazionali che non possono e non devono esser vulnerabili ad attacchi esterni. Inoltre, fondamentale sarà anche dare all’Agenzia Nazionale per la Cybersecurity tutti gli strumenti necessari per combattere queste forme di attacchi ibridi.
Al pari della dimensione cibernetica, la disinformazione ha rappresentato una minaccia costante per la sicurezza nazionale sia durante l’emergenza pandemica sia durante questi ultimi mesi. Secondo lei, il sistema paese ha dimostrato di avere gli anticorpi necessari per prevalere nella sfera informativa?
Anche alla luce dei recenti fatti di cronaca, non bisogna sottovalutare la questione delle interferenze estere nei nostri processi democratici compresa la disinformazione e la propaganda ed è necessario che vengano sviluppati degli anticorpi imprescindibili per governare questi fenomeni. La partnership, ad esempio, tra Mosca e Pechino e alcune similitudini nelle loro tecniche di disinformazione devono preoccuparci. Queste tipologie di interferenze devono essere considerate una delle più grandi sfide che questo governo e questa maggioranza devono affrontare. In Unione Europea, l’istituzione della Commissione INGE al Parlamento europeo ha reso l’organo elettivo dell’Ue partecipe di questa lotta. Un esempio che si potrebbe seguire anche a livello italiano ma deve essere usato con unità di intenti per difenderci da queste interferenze e non come tribunale del popolo per attacchi con fini elettorali o di politica interna. Quando si parla di esteri, difesa e sicurezza nazionale, ho sempre invocato unità. E continuerò a farlo.
Concludiamo quest’intervista rivolgendo lo sguardo verso la rinnovata competizione tra le grandi potenze. Diversi studiosi hanno sottolineato come tale confronto potrebbe essere caratterizzato da una marcata matrice tecnologica. Ritiene questa prospettiva condivisibile? Se sì, il programma Tempest potrebbe rappresentare un modello vincente da riproporre in futuro per lo sviluppo di altre piattaforme all’avanguardia?
Non è un segreto che la tecnologia ricoprirà un ruolo focale nelle prossime sfide che l’Italia e l’Occidente intero saranno chiamati ad affrontare. Bisogna sfidare e contrastare l’invadenza tecnologica di paesi ostili come la Cina. Mi preoccupa la notizia secondo la quale il 51% del 5G italiano sarebbe in mano ad aziende cinesi. Penso e sono convinto che con questo governo e questa maggioranza sia possibile mettere in atto una svolta strategica per osteggiare questa invadenza tecnologica. Si potrebbe usare il Trade and Technology Council anche per coordinarci meglio con i nostri alleati e coinvolgere anche i nostri centri di ricerca e migliori studiosi per mettere in piedi una politica tecnologica di cui abbiamo fortemente bisogno. Indubbiamente il settore della Difesa può contribuire a raggiungere questo scopo e il caso Tempest ne è l’esempio. Con la partecipazione dell’Italia a questi partenariati internazionali, oltre a riaffermare il nostro posizionamento strategico, si va a rafforzare l’intera filiera, dalle grandi aziende, alle Università e alle piccole e medie imprese. Un passo in avanti per l’Italia che rafforza anche la capacità di una deterrenza credibile in campo internazionale.


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