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La discussione sul voto online alle Primarie del PD: una grande occasione sprecata

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Contenuto originale di Valigia Blu
7 min lettura
Archiviata come ‘surreale’ o ‘autoreferenziale’ da editorialisti e osservatori della politica italiana, considerata persino dal segretario nazionale uscente del PD Enrico Letta come una distrazione in cui il suo partito è rimasto intrappolato nel giorno in cui il principale partito di opposizione parlamentare avrebbe potuto segnare “un gol a porta vuota” al governo (forse il primo di questa legislatura) in giornate in cui Giorgia Meloni è apparsa chiaramente in difficoltà, inchiodata al mancato rispetto del suo programma elettorale e ad anni di promesse sul taglio delle accise sul costo dei carburanti al pubblico ora plateamente disattese, la discussione che il PD ha provato a fare sulle modalità di partecipazione alle Primarie del 26 febbraio (e in particolare sulla possibilità di accedervi anche online) avrebbe meritato modalità ben più efficaci, data l’importanza del tema.
Ci sono varie questioni, infatti, che vanno molto al di là delle contingenze e su cui ha senso interrogarsi se si ha davvero interesse nel rendere il più leale possibile il rapporto tra cittadini, istituzioni e organizzazioni politiche.
È ancora accettabile che l’esercizio democratico del voto sia vincolato al ritorno fisico nel proprio luogo di residenza nel giorno di una consultazione, anche se quest’ultimo non corrisponde con il proprio domicilio abituale?
Si stima che alle elezioni politiche del 25 settembre 2022 circa cinque milioni di cittadini italiani, il 10% del corpo elettorale, non abbia potuto votare a causa di questa limitazione. Chi ha avuto la possibilità di farlo ha dovuto affrontare personalmente le spese di viaggio per tornare nel proprio comune di residenza. Questa regola, tra le altre cose, non vale per alcune categorie come, per esempio, chi lavora nelle Forze dell’Ordine, che invece può esprimere il proprio diritto di voto nel luogo di domicilio.
L’Italia è l’unico paese europeo, insieme a Malta e a Cipro, in cui non è prevista alcuna alternativa al voto fisico nel seggio nel proprio comune di residenza. Nella scorsa legislatura ci sono state cinque diverse proposte per superare questo vincolo, ma nessuna di esse è diventata legge dello Stato. Non solo non è consentito il voto fisico in un luogo diverso da quello di residenza, ma non è nemmeno possibile votare per corrispondenza (come invece fanno gli italiani residenti all’estero, e come accade in molte altre parti del mondo, a partire dagli Stati Uniti).
È davvero un’eresia sostenere che i partiti, in colpevole assenza di iniziativa parlamentare, possono essere ritenuti liberi di darsi regole più moderne (garantendo ovviamente gli stessi requisiti di privacy e di certificazione del voto di chi si reca fisicamente nei seggi) per i propri processi di consultazione interna?
E dunque, restando sull’attualità: è davvero un’eresia che il PD, come qualsiasi altro partito si trovi nella situazione di dover rinnovare i propri organismi dirigenti, decida di introdurre meccanismi digitali universali (e non legati, come alla fine è stato deciso dalla direzione nazionale del Partito, a situazioni di eccezione legate alla distanza fisica dal seggio fisico più vicino o a problemi di salute) per ascoltare la propria base nel momento più importante del proprio processo democratico interno?
È realistico che nel 2023, all’interno di ecosistemi digitali in cui i cittadini comunicano quotidianamente dati sensibili (inclusi quelli delle proprie carte di credito) ad aziende private, e in cui esistono meccanismi pubblici di riconoscimento univoco della propria identità che sono certificati, funzionanti e utilizzati anche per interfacciarsi con i portali dei principali enti pubblici (su tutti lo SPID e la CIE, Carta d’Identità Elettronica), non si sia raggiunto un livello di sicurezza e protezione dei propri dati personali tale da rendere sicuro anche l’esercizio del diritto di voto attraverso modalità elettroniche?
L’utilizzo delle elezioni primarie per definire i candidati di partiti o coalizioni per le cariche monocratiche (per la presidenza del Consiglio, per le elezioni amministrative e regionali) o gli eletti all’interno di organismi dirigenti dei partiti (come, per esempio, le prossime primarie nazionali del 26 febbraio per l’elezione della nuova segreteria nazionale) è stato introdotto per la prima volta in Italia il 16 ottobre 2005, con l’affermazione di Romano Prodi su (tra gli altri) Fausto Bertinotti per il ruolo di candidato unitario dell’Unione, nome che definiva la coalizione di centrosinistra di allora. Quel giorno si recarono alle urne 4.3 milioni di persone.
Lo strumento delle primarie è stato poi utilizzato quasi esclusivamente da partiti o coalizioni progressiste. Il 14 settembre 2007, per esempio, ci furono le prime elezioni primarie per eleggere il segretario del PD. Vinse Walter Veltroni, l’affluenza fu di 3.5 milioni di elettori. Da allora in poi entrambe queste modalità (Primarie per la Presidenza del Consiglio; primarie per la Segreteria del PD), hanno visto un progressivo, in alcuni casi nettissimo, calo dei partecipanti. Per intenderci: l’elezione primaria che ha portato Nicola Zingaretti, ultimo segretario del PD eletto attraverso questa modalità, a guidare il Nazareno ha visto la partecipazione di circa 1.6 milioni di iscritti ed elettori del Partito Democratico, meno della metà rispetto alla platea di nove anni prima. Nello stesso intervallo di tempo (cioè dal 2005 in poi) lo stesso trend discendente è stato registrato anche nelle elezioni politiche. L’affluenza nel 2006 fu infatti dell’84.2%, il 25 settembre 2022 ha votato oltre il 20% in meno degli aventi diritto rispetto a 16 anni prima (63.9%).
Fermo restando che le cause della disaffezione dei cittadini non si possono certamente circoscrivere alle complicazioni tecniche relative all’accesso al voto menzionate sin qui, è possibile che non si possa provare a rendere più semplice l’esercizio di questo diritto anche tenendo in considerazione il progressivo aumento dell’astensionismo?
Questa domanda appare ancora più pertinente se consideriamo un precedente in cui si è potuto osservare l’elemento di propulsione alla partecipazione democratica legato all’introduzione di procedure digitali di accesso: i referendum sulla cannabis e sull’eutanasia, poi bocciati dalla Corte Costituzionale, avevano superato il numero minimo di firme richieste per la presentazione dei quesiti in Cassazione (500mila) anche grazie alla possibilità di sottoscrizione online.
Il precedente appena citato rende il tutto ancora più surreale: per quali ragioni è consentito sottoscrivere un referendum abrogativo (le cui firme sono state ritenute valide dalla Corte di Cassazione) e non sarebbe altrettanto legittimo votare online per le Primarie del PD o anche per le elezioni locali o nazionali? Non si tratta, allo stesso modo, di partecipazione alla vita pubblica del paese attraverso una indicazione univoca da parte dei cittadini, con uguali garanzie di protezione dei propri dati personali da dover offrire loro?
Una riforma delle procedure di accesso al voto appare dunque assai sensata e urgente. Si potrebbe procedere per gradi, consentendo almeno una delle tre modalità ipotizzate sin qui (voto fisico nel proprio domicilio e non solo nel comune di residenza; voto per corrispondenza; voto elettronico), concentrandosi sul corretto funzionamento di tutti i nuovi meccanismi da introdurre, per poi passare all’innovazione successiva. Quello che appare anacronistico è, in ogni caso, la cristallizzazione della situazione (dentro e fuori i partiti) allo status quo.
Alla luce di questa disamina, si può considerare la discussione sul voto online alle primarie nazionali del PD del tutto corretta – e persino da benedire - dal punto di vista teoretico. Le modalità con cui questo confronto è avvenuto sono però state così sbagliate da aver arrecato un danno prima di tutto allo stesso Partito Democratico, che tra le altre cose sta già attraversando uno dei momenti più complicati dalla sua fondazione, in secondo luogo ai candidati alla segreteria nazionale e ultimo (ma non ultimo) a chi si batte perché l’esercizio del diritto di voto sia sempre più semplice e, dunque, garantito e protetto.
Mettere in discussione le modalità di accesso al voto dopo che la fase congressuale è già iniziata e il quadro delle candidature è stato definito rende infatti il tutto automaticamente strumentale, a maggior ragione se consideriamo che manca poco più di un mese e mezzo dalla data delle elezioni (spostate in corsa dal 19 al 26 febbraio: altra scelta strumentale, tutta tattica e che comunica in modo eclatante la sfiducia dello stesso Partito Democratico nella possibilità di vincere almeno una delle due elezioni regionali del 12 e 13 febbraio, che si terranno in Lombardia e nel Lazio. Il rinvio, infatti, sembra essere motivato dalla necessità di far passare abbastanza tempo tra una possibile sconfitta e il momento delle Primarie, per evitare una china ‘depressiva’ dell’elettorato).
Il posizionamento dei due candidati principali alla segreteria nazionale, Stefano Bonaccini ed Elly Schlein, ha poi chiarito ogni possibile equivoco: Schlein ha spinto per il voto online immaginando di ricavarne un vantaggio legato al possibile allargamento dell’elettorato ai cosiddetti ‘fuorisede’, in particolare studenti e giovani lavoratori; Bonaccini ha invece frenato per la stessa ragione, e cioè per evitare di offrire un vantaggio alla sua competitor.
È improbabile che due candidati alla segreteria del principale partito di sinistra italiano la pensino all’opposto su un argomento del genere; è molto più semplice immaginare che le posizioni di entrambi, lontano dall’appuntamento elettorale, siano pressoché sovrapponibili. Eppure si è lanciato un messaggio profondamente diverso all’opinione pubblica. Questa discussione andava fatta prima dell’inizio del congresso, prima ancora che i nomi dei candidati alla segreteria fossero pubblici: il PD avrebbe potuto dare un bel segnale di compattezza e apertura al nuovo.
Invece è finita come spesso accade in questi casi: con un compromesso in cui si può votare online ma solo un po’, e solo in specifiche condizioni, con Schlein che dichiara che la sua istanza è stata riconosciuta e Bonaccini che il primato del voto fisico è stato rispettato, in cui tutti sottolineano di aver ‘vinto’, come se il tema dell’allargamento della partecipazione dei cittadini alla vita pubblica fosse qualcosa su cui la politica abbia la possibilità di ‘perdere’.
Nel frattempo alcuni parlamentari del PD, insieme a esponenti di altri partiti di opposizione (tra cui il MoVimento5Stelle e Alleanza Verdi Sinistra) hanno sottoscritto un nuovo tentativo di consentire il voto fisico nella propria città di domicilio e non solo in quello di residenza: un’ulteriore conferma della consapevolezza diffusa all’interno di alcuni partiti rispetto alla necessità di fare passi in avanti su questi argomenti, proprio mentre il PD, contemporaneamente, è apparso distante, distratto, imbrigliato dai calcoli elettorali legati al congresso in corso.
In sintesi, si tratta un’occasione persa per fare passi in avanti sul tema della partecipazione, sui cui il PD che appare ben più diviso di quello che effettivamente è, proprio mentre il Partito si sta aprendo al voto popolare e mentre il governo mostra i primi segnali di debolezza. Sono anche queste le circostanze che hanno reso la destra italiana così forte nel tempo.
Immagine in anteprima via Il Gazzettino


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