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Messina Denaro e Riina, i due superlatitanti di Cosa Nostra catturati a distanza di 30 anni (e un giorno)

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Contenuto originale di Il Riformista
Uno arrestato nelle sua villa-covo in via Bernini a Palermo, l’altro nella clinica ‘La Maddalena’, sempre nel capoluogo siciliano, a distanza di 30 anni e un giorno.
È il destino comune dei superboss di Cosa Nostra Totò Riina e Matteo Messina Denaro, che assieme a Bernardo Provenzano hanno caratterizzato gli ultimi decenni di storia criminale italiana.
Quella della data della fine della latitanza è una circostanza quasi incredibile. Riina, il boss che tra le altre cose aveva ordinato gli omicidi di Giovanni Falcone e Paolo Borsellino, ma anche del generale Carlo Alberto Dalla Chiesa e del presidente della Regione Piersanti Mattarella, venne catturato nella “Operazione Belva” il 15 gennaio 1993 poco prima delle nove del mattino, a meno di cinque chilometri dalla casa dove aveva vissuto molti anni da latitante con la moglie Ninetta Bagarella e dove erano cresciuti i suoi quattro figli.
Il 10 dicembre 1969 fu tra gli esecutori della strage di viale Lazio, a Palermo, in cui vennero uccisi il boss rivale dei corleonesi, Michele Cavataio, e altre quattro persone. Da quel giorno divenne latitante, restandoci per 24 anni.
Il giorno della sua cattura si era appena insediato a capo della Procura di Palermo Giancarlo Caselli, e la notizia arrivò proprio mentre il magistrato stava incontrando i giornalisti a Palazzo di giustizia per un saluto. La mancata perquisizione del covo di via Bernini, avvenuta solo alcuni giorni dopo quando la villa era stata ormai svuotata e ripulita, sfociò poi in una rovente polemica tra la Procura e i carabinieri e in un processo concluso con l’assoluzione del vicecomandante del Ros Mario Mori e del colonnello Sergio De Caprio, alias “capitano Ultimo”, dall’accusa di favoreggiamento a Cosa Nostra.
Per catturare Messina Denaro, che divenne latitante proprio in quell’anno, ce ne sono voluti altri 30 e un giorno. Questa mattina l’ultimo ‘Padrino’ di Cosa Nostra, il boss che dopo la cattura di Riina, dei fratelli Graviano e di Provenzano è diventato leader della mafia siciliana, è stato fermato dai carabinieri in un blitz all’interno della clinica ‘La Maddalena’ di Palermo.
La ‘Primula rossa’ di Cosa Nostra, come spiega l’Agi, era in cura alla ‘Maddalena’ da un paio d’anni “o almeno uno”, spiega all’agenzia un medico, per un tumore in zona addominale.
Messina Denaro si era recato nella struttura sanitaria per fare un tampone anti-Covid, dovendo essere ricoverato in day hospital. Quando ha capito dell’operazione in corso, il boss ha anche tentato la fuga riuscendo ad allontanarsi fino al bar della clinica, dove è stato catturato.
Per poter usufruire dei servizi sanitari aveva dato un nome fittizio, Andrea Bonafede. “Frequentava la clinica – ha raccontato il medico della ‘Maddalena’ all’Agi – ed era stato operato in Chirurgia, ora veniva seguito in Oncologia. Stamattina alle 6 non c’era nulla, poi i miei collaboratori mi hanno chiamato: ci sono i Ros, mi hanno detto, e si è presentato un militare in assetto di guerra, stiamo cercando una persona, mi ha detto, stia tranquillo. In ogni piano c’era uno di loro, dei carabinieri in assetto di guerra, lui è scappato, è andato fuori al bar e lo hanno preso. Ha tentato la fuga al bar e c’è stato molto trambusto. Era seguito in chirurgia dove è stato operato e oncologia, era venuto qua per un tampone stamattina e poi per seguire i trattamenti con un altro nome, era un paziente noto alla clinica, ha fatto anche dei trattamenti. Un anno sicuramente per il day hospital. Ma non avevamo alcuna idea di chi fosse, figuriamoci se potevamo saperlo o riconoscerlo“.
Dopo la ‘cattura’, il boss di Cosa Nostra è stato trasferito alla caserma San Lorenzo in via Perpignano per le operazioni di identificazione e da qui portato via per traferito in elicottero in una località protetta.
Carmine Di Niro Romano di nascita ma trapiantato da sempre a Caserta, classe 1989. Appassionato di politica, sport e tecnologia
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