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Vaticano, Papa Francesco e i passi falsi con Cina e Russia

#15Gennaio  #Mondo 

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Cina e Russia sono, o sembravano, i due tavoli diplomatici di una chiesa cattolica che cerca di non essere più fra le voci dell’Occidente, e vuole muoversi in proprio. È una politica estera avviata da tempo, e intrapresa per gradi più di mezzo secolo fa, negli anni della distensione Est-Ovest. È insieme più che ragionevole e giusta – la Chiesa parla a tutti i popoli e si identifica con tutti – e fragile, perché la Chiesa ha uno spirito e una storia universale come respiro, tutti uguali e figli di Dio a tutte le latitudini, ma è inevitabilmente occidentale come cultura – non è nata in Concincina o sulle Ande – salvo rinnegare una storia lunghissima da Paolo di Tarso ad Agostino di Ippona ad Ambrogio di Milano a Benedetto da Norcia e infiniti altri. Al concilio Vaticano II era emersa una robusta corrente critica di questo “organon culturale” di impronta europea in nome della purezza evangelica, ispiratore fra gli altri don Giuseppe Dossetti mentore del cardinale Giacomo Lercaro, come se i Vangeli fossero nati nell’etere e le grandi cattedrali gotiche fossero da cancellare. Ma solo mantenendo l’equilibrio fra le due anime, universale e occidentale, in nome della libertà della fede, concetto chiaramente occidentale, la Chiesa riesce a parlare con identità e autorità.
Bergoglio, primo Papa non europeo e primo Papa anti-europeo
Jorge Mario Bergoglio non solo è il primo Papa non europeo, ma è il primo anti-europeo. Poco dopo la sua elezione prelati argentini a lui vicini spiegavano che ormai la sede papale poteva essere ovunque, anche sulle Ande, perché una lunga epoca era finita. Da buon latinoamericano è sospettoso degli Stati Uniti e stanco dell’Europa, una presenza ingombrante anche nel mondo dell’impalpabile – il soft power – così come gli Stati Uniti lo sono prima di tutto, a sud del Rio Grande, in quello dell’economia e del potere. «Da più parti si ricava un’impressione generale di stanchezza e di invecchiamento», diceva il Papa nel novembre 2014 in visita all’Europarlamento e ai vertici europei, «di un’Europa nonna e non più fertile e vivace. Per cui i grandi ideali che hanno ispirato l’Europa sembrano aver perso forza attrattiva…». Vero, in parte. L’eurocentrismo è finito e l’Occidente è in crisi profonda, era il messaggio raccolto da Massimo Franco in un’intervista per il Corriere della Sera di inizio 2016, alla vigilia dell’incontro a Cuba del 12 febbraio di quell’anno con il patriarca russo-ortodosso Kirill, il primo dopo mille anni di incomunicabilità fra Roma e l’ortodossia moscovita. «Sono felicissimo», diceva anticipando l’incontro Papa Francesco, che vedeva la Russia come un valido interlocutore a causa «del vuoto lasciato dall’Occidente».
Una Chiesa “di periferia” e attenta a Russia e Cina
Ma se è vero che l’Occidente non è più quello di 60 anni fa, c’è qualcuno pronto per il passaggio del testimone di perno del sistema globale? La Russia? E fino a che punto può arrivare oggi la Cina, pur impegnatissima a creare una presenza globale? Difficile per ora immaginare folle mondiali che vadano a Mosca e a Pechino con la stessa soddisfazione con cui vanno a New York o in molte città europee. Papa Francesco ha sempre sostenuto che la forza vitale non viene più dall’Occidente, ma dalle periferie, e si è sempre dimostrato attento alle due realtà che sfidano l’Occidente: la Russia, gigante militare – in qualche modo – e nano economico, e la Cina, gigante economico prima di tutto. Verso quest’ultima ha sempre dimostrato grande rispetto, non intromettendosi nelle sue “diversità” e nei suoi tempi lunghi; per «capire la Cina ci vuole un secolo», diceva nel settembre scorso, dopo non aver proferito parola su Hong Kong che con i cattolici in prima fila protesta dal 2019 per la fine unilaterale degli accordi internazionali sulle regole democratiche nell’ex colonia britannica, e neppure quando veniva incriminato per il sostegno alla protesta il cardinale Zen, arcivescovo emerito, del resto poco amato in Vaticano per la sua opposizione agli accordi con Pechino del 2018 sulla nomina dei vescovi.
L’Ostpolitik 2.0 del Vaticano con Pechino
Nei confronti di Pechino la Chiesa vuole ripetere l’esperienza della Ostpolitik (politica verso l’Est) con i Paesi dell’allora sfera sovietica in Europa, creando strutture ecclesiali con vescovi graditi sia a Roma sia a Pechino. Un accordo del 2018, rinnovato ora per due anni, dovrebbe in teoria consentirlo. In realtà Pechino indica i vescovi, in totale violazione dell’articolo 377 comma 5 del Codice di diritto canonico che esclude interventi politici nella loro scelta, e Roma può scegliere fra quanti Pechino ha già scelto. C’è diffuso scetticismo in Vaticano, anche fra numerosi progressisti, sui risultati, finora scarsi. I vescovi della chiesa di stato cinese invitano spesso i fedeli non solo a rispettare, ma a obbedire al Partito comunista cinese. I vescovi e i fedeli della ex chiesa sotterranea, la maggioranza dei 9 milioni circa di cattolici cinesi, si sentono e sono abbandonati perché Roma parla con la chiesa ufficiale cioè con il partito, e non più con loro. Molti ricordano quanto disse dell’Ostpolitik vaticana il cardinale boemo Miloslav Vlk, prete dal 68, prete clandestino e lavavetri a Praga dal 78 all’88, poi vescovo, arcivescovo di Praga fino al 2010: «Non conoscevano il comunismo, volevano dei vescovi, e finirono per avere vescovi che erano dei burattini». Un conto è volere e coltivare un dialogo, un altro farsi illusioni sui possibili risultati o, peggio, abbandonare chi con gravi difficoltà è rimasto fedele a Roma.
L’iniziale ambiguità papale sull’Ucraina e il cambio di marcia
Sulla Russia a parlare chiaro al Papa sono sempre stati i cattolici ucraini, solo da ultimo ascoltati. Nel febbraio 2015 (la guerra tra Mosca e Kyiv iniziava in realtà nel 2014) Francesco condannava «la guerra fratricida», con un linguaggio che ricalcava quello del Cremlino sempre attestato sulla “guerra civile”. L’arcivescovo Svyatoslav Shevchuk, capo dei greco-cattolici ucraini, la più numerosa delle quattro chiese cattoliche di vario rito e di obbedienza romana con circa 5 milioni di fedeli nel Paese, precisava: «Abbiamo l’aggressione di uno Stato estero contro cittadini ucraini e contro lo Stato ucraino». Un anno dopo la chiesa ucraina era ancor più sconcertata dal comunicato congiunto firmato a Cuba dal Papa e da Kirill in cui a fianco di parole molto più chiare sul Medio Oriente ci si limitava a deplorare le “ostilità” in Ucraina: la chiese ucraine, disse Shevchuk, si sentivano «tradite dal Vaticano». Dovevano trascorrere circa sei mesi dall’attacco russo del febbraio 2022, con critiche esplicite all’ambiguità papale anche da parte progressista, prima che il pontefice alla fine parlasse chiaro, dicesse in primo luogo che è una guerra scatenata dai russi, un’aggressione, e poi affermasse a novembre il pieno diritto degli ucraini a difendersi, legittimando quindi il fatto che lo fanno con le armi fornite dall’Occidente, messaggio che solo in parte si direbbe la stampa cattolica a partire da l’Avvenire e vari ambienti vaticani sembrano avere recepito. Questo è avvenuto dopo più incontri due mesi fa Roma con Shevchuk, che ha spiegato tra l’altro come sia in gioco l’immagine e il prestigio del Vaticano agli occhi non solo del complessivo cattolicesimo ucraino, ma anche presso l’intera cattolicità orientale, in primis le grosse comunità polacche e lituane. «La guerra in Ucraina è una guerra coloniale», ha detto al Papa, «e le proposte di pace provenienti dalla Russia sono proposte di soluzione di tipo coloniale».
Giovanni Paolo II e lo sfinimento dell’Urss e l’eurocentrismo di Benedetto XVI
Il Concilio Vaticano II (ottobre 1962-dicembre 65) avviava un graduale sganciamento dal ruolo della Chiesa come cappellano dell’Occidente, ruolo centrale con papa Pio XII. Coeva del Concilio, ispirata dalla crisi cubana dell’ottobre 1962 che aveva fatto temere la guerra mondiale, partiva la Ostpolitik vaticana, la ricerca di un modus vivendi per i cattolici con il cosiddetto blocco socialista, o di un modus non moriendi, come lo definì efficacemente il principale protagonista di quella stagione, il vescovo e poi cardinale, creato da Giovanni Paolo II che lo volle suo Segretario di stato, Agostino Casaroli. Efficiente e fidato, padrone della macchina burocratica vaticana, Casaroli continuò con l’Est la sua politica di dialogo, che il papa polacco giudicava utile come gesto, ma senza speranze. Riformabile ed eterno o quasi il comunismo sovietico per alcuni, irriformabile e minato alla base per chi lo conosceva meglio. Il polacco Giovanni Paolo II fu pienamente occidentale nella sua strategia di sfinimento di un impero sovietico in crisi e di difesa dei diritti umani e civili calpestati da Mosca, ma fu universale dopo l’89-91, insistendo molto sui guai del capitalismo e del consumismo e sull’aridità crescente dei popoli ricchi. Benedetto XVI è stato il più europeo dei papi recenti. Con Jorge Mario Bergoglio, argentino, figlio quindi del più occidentale dei Paesi latinoamericani se solo non fosse sprofondato da ormai 70 anni in una crisi continua che ne ha distrutto la moneta e minato lo spirito, il Vaticano si è trovato con qualcosa di diverso: un papa anti-occidentale, versione argentina. Ma anche Bergoglio è arrivato alla fine a riconoscere in Kirill «il chierichetto di Putin», dopo avere sperato ecumenicamente in un “dialogo d’amore” con l’ortodossia moscovita alla vigilia dell’incontro del 2016 con Kirill, mai più replicato se non via Skype. Chissà quando, dicevano allora i cattolici ucraini, si accorgerà trattarsi di «un dialogo d’amore con il Kgb». Quanto alla Cina, se son peonie, il fiore nazionale cinese, fioriranno.


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