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Costruiamo un Darpa italiano. Pelanda sull’intervista di Crosetto

#15Gennaio  #Esteri  #carlopelanda  #Difesa  #Francia 

Contenuto originale di Formiche.net
“L’interesse nazionale non si traduce in nazionalismi novecenteschi, ma nel potenziare le capacità negoziali”, così Carlo Pelanda commenta le affermazioni del ministro Crosetto a Formiche.net sui programmi di difesa globale per l’Italia. “Abbiamo un’occasione per sfruttare il potenziale italiano nelle tradizionali alleanze europee e atlantiche e traghettare l’Italia dalla serie B alla serie A”
“L’interesse nazionale non si traduce in nazionalismi novecenteschi, ma nel potenziare le capacità negoziali”, così Carlo Pelanda, docente di geopolitica economica presso l’Università Guglielmo Marconi e consulente strategico di molteplici realtà internazionali. In una intervista esclusiva a Formiche.net il ministro della Difesa, Guido Crosetto, ha tracciato il programma di difesa globale dell’Italia. Abbiamo chiesto al professor Pelanda alcuni commenti.
Il ministro Crosetto ha affermato che si sta lavorando per incentivare i programmi di cooperazione europei nella Difesa, aggiungendo che è importante evitare duplicazioni, con riferimento al rapporto tra Nato e Unione Europea.
Nella sostanza, dentro la Nato si formano gruppi di coalizioni industriali su singoli progetti d’arma. Al momento una Difesa europea integrata è ancora lontana, anche se ci può essere collaborazione su alcuni singoli progetti. Naturalmente, il ministro Crosetto si esprime coerentemente con la posizione che ricopre, in maniera diplomatica. Il punto è che a una Difesa europea corrisponderebbe un comando europeo in cui necessariamente dovrebbero giocare Francia e Germania. E spesso vi sono divergenze di obiettivi, anche se non sostanziali, tra questi due Paesi e la Nato. Poi, ad oggi qualunque programma tecnologico deve essere fatto da un consorzio internazionale, quindi conviene all’Italia dire sì alla difesa europea, anche se nella sostanza non esiste. Mi faccia aggiungere che una difesa europea realmente integrata sarebbe sinonimo di minore sicurezza rispetto alla Nato.
Perché?
Per due motivi. Il primo è che se la difesa europea diventasse un fattore condizionante rispetto alla Nato si vedrebbero episodi come, ad esempio, una Germania costretta a schierarsi militarmente contro la Cina. E sappiamo quanto la Repubblica Federale sia fortemente dipendente da questa dal punto di vista industriale. In secondo luogo, è interesse degli europei mantenere gli Usa ingaggiati nel continente. Se si insiste eccessivamente su quadri di sicurezza alternativi alla Nato, Washington potrebbe decidere di lasciare che siano gli europei a sbrigare le proprie faccende securitarie regionali. E qui domando: esistono Paesi europei con arsenali competitivi da questo punto di vista? No.
L’esempio del Tempest ci insegna qualcosa in proposito?
Sì, il Tempest è l’esempio di come l’Italia trova un equilibrio tra la convergenza europea e quella necessaria divergenza che fa parte della concorrenza industriale. Il nostro bravo ministro della Difesa veicola messaggi politici e diplomatici, come è giusto che sia. Ma non dobbiamo dimenticare che esiste la concorrenza industriale e geopolitica. Il Gcap è un programma di superiorità, una promessa di vantaggio tecnologico non irrilevante su almeno una decina di tecnologie che hanno poi ricadute anche sul mercato civile. Per motivi di diplomazia si auspica una convergenza tra i due programmi Gcap: quello franco-tedesco-spagnolo e quello anglo-italo-giapponese. Ma nei fatti dobbiamo fare i conti con la competitività. Su questo progetto l’Italia è avvantaggiata grazie al consorzio Leonardo-Mitsubishi-Bae Systems, che è in grado di costruire una competitività globale. Credo che l’ambizione di questo governo sia di portare il Paese dalla serie B alla serie A, e questo ne è un esempio.
Condivide le parole di ottimismo del ministro sulla visione globale italiana?
L’Italia ha potenziale, ha le capacità tecnologiche per competere. Di certo esistono difficoltà di scala perché possediamo realtà piccole, difficoltà organizzative, e uno schema normativo non competitivo. Ma ciò non toglie che si possa puntare a programmi ambiziosi, una cosa che, ad esempio, preoccupa la Francia. Chi detiene oggi un ruolo politico deve distendere gli animi e assicurare l’amicizia italiana. Ma guardiamo ai fatti: sull’aerospazio collaboriamo con gli Usa, sulle piattaforme aeree con Regno Unito e Giappone, su altre cose con Israele.
Questo governo ha riportato al centro la politica estera dopo anni meno attivi, complice anche una peculiare congiuntura internazionale?
L’Italia ha sempre avuto una politica estera, di difesa e sicurezza attiva. Forse in maniera un po’ silenziosa, talvolta compressa da Francia e Germania. Gli Usa ci hanno spesso giudicato non totalmente affidabili per ottenere un mandato più forte di presidio del Mediterraneo, ma con questo governo c’è potenziale da sfruttare. Io credo che l’Italia, in quanto media o piccola potenza geopolitica, debba trovare alleanze che fungano da moltiplicatori di forza, per poter essere una grande potenza commerciale.
Quali sono questi moltiplicatori?
Vanno ricercati nel quadro delle due alleanze storiche, quella con gli Stati Uniti e quella con i Paesi dell’Unione europea. Bisogna che si agisca con maggiore forza, sfruttando in particolare quella con Washington. Cosa possiamo offrire? Possiamo offrire presidi militari, come abbiamo sempre fatto in Libano, nei Balcani, in Iraq, e come dobbiamo continuare a fare con più vigore. Questo attivismo aumenterebbe le leve negoziali in sede europea. Non nell’ottica di cercare uno scontro, ma per tutelare l’interesse nazionale, come ad esempio ottenere aiuti e collaborazioni nel Nord Africa, a tutela delle rotte energetiche. L’interesse nazionale non si traduce in nazionalismi novecenteschi, ma nel potenziare le capacità negoziali, poi spendibili nei fori internazionali su varie questioni, come ad esempio il debito pubblico.
Vuole dare qualche suggerimento al ministro?
Il ministro Crosetto è molto esperto di questioni tecnologiche e finanziarie. Per questo suggerisco che questo sia il momento di creare un Darpa italiano, sulla falsariga della U.S. Defense Advanced Research Projects Agency. Un’agenzia della Difesa che investa come fondo di venture capital o private equity in aziende private rilevanti per le tecnologie di futura superiorità. Parte del dominio tecnologico statunitense dipende dal fatto che la Difesa finanzia nuovi progetti nel mercato civile che poi assumono valore di superiorità tecnologica. Oggi esiste qualcosa di simile, con quello che era l’ex Ministero dello Sviluppo Economico che contribuisce a una serie di attività dell’industria militare. Bisogna aumentare di scala, perché le industrie italiane del settore assumano un primato mondiale. Le buone idee ci sono, mancano la scalabilità delle aziende e la capitalizzazione.


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