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10 cover italiane (+1): il grande saccheggio degli anni ’60

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La moda delle cover. Impossibile stabilire quando è cominciata. Il Quartetto Cetra, gruppo vocale nato sulla scia delle formazioni americane dello stesso tipo, nella sua incarnazione definitiva e più nota incise il brano che li rese celebri, Nella vecchia fattoria, nel 1949. Era un traditional che avevano conosciuto nella versione di Nat King Cole, e sul singolo come autori furono listati Kramer-Savona-Giacobetti, i primi due responsabili della musica, l’altro del testo. (Il direttore d’orchestra Gorni Kramer, voglio precisarlo, all’epoca famosissimo, era italiano come gli altri). In un mondo dove esistevano rigidi confini nazionali, i mezzi di comunicazione erano latenti, lo scambio delle merci lento e difficoltoso, era improbabile che un pubblico ingenuo, agli albori di una industria fumosa come quella della musica riprodotta, dubitasse o si ponesse il problema di chi fossero gli autori di un brano che veniva generalmente identificato in coloro che lo eseguivano, e quand’anche avesse provato a reperire informazioni si sarebbe trattato di una impresa ardua.
La nascita del rock’n’roll (fu ancora il Quartetto Cetra a proporre in Italia la versione castigata di Rock Around The Clock di Bill Haley And His Comets, intitolata nel 1956 L’orologio matto), l’avvento degli anni ’60 e l’emancipazione dei giovani promossi al ruolo di consumatori, l’esplosione del Beat, il fenomeno Beatles, i primi giornali e trasmissioni radiofoniche dedicati alla musica giovanile, i festival della canzone ben oltre quello di Sanremo: davvero tanti, dal Cantagiro al Disco per l’estate, tutto spinse in una unica direzione che decretò l’espansione del mercato discografico. Di conseguenza la necessità di aumentare l’offerta per soddisfare la domanda: soprattutto dei 45 giri che si potevano consumare quasi in ogni angolo, dalla cameretta di casa alla spiaggia per mezzo dei giradischi portatili. Bastava registrare un paio di canzoni per avere successo e sparire nel giro di una stagione, i casi sono innumerevoli. Se da una parte chiunque – o quasi – poteva iscriversi alla gara per il successo canoro, dall’altra in Italia si cozzava contro lo scoglio della penuria di autori: si optò “piratando” in modo diverso da ciò che si intende oggi ma con risultati non troppo dissimili. Era di gran lunga più facile proporre la canzone di qualcun altro, perfino andando a orecchio, non avendo neppure bisogno di conoscere la lingua perché ci si infilavano dentro le parole che si voleva, che comporre una canzone da zero. Quello che si faceva a scuola: copiare il compito aggiungendo o togliendo se il caso, apponendo poi in calce la propria firma.
Come si dice per l’amore, in fatto di cover non esistevano regole. Valeva tutto: successi di artisti già affermati per intraprendere una strada già spianata, canzoni di volti meno noti ma affini allo stile del cantante italiano che le avrebbe preso in prestito (per non dire rubato), persino temi strumentali (per esempio da grandi film) cui si aggiungevano le parole. Va ricordato come su alcune hit ci si buttava a branchi come sciacalli, verrebbe da dire senza dignità: nel piatto di Bang Bang nell’originale cantata da Cher ci mangiarono a breve distanza di tempo l’uno dall’altro Equipe 84, Corvi, Dalida che la portò al n° 1, e Milena Cantù la cosiddetta “ragazza del Clan” di Celentano. Tutt’altro che un caso isolato.
Va detto, a onore del vero e del nostro afflosciato tricolore se si pensa all’originalità della musica nostrana del periodo, che in quegli anni di frenetica lavorazione in copia carbone o quasi siamo riusciti a esportare canzoni, benché in numero eccezionalmente minore rispetto a quanto adottato e adattato. Alcune delle quali interpretate da artisti che potremmo definire insospettabili. Ne riparleremo in un secondo speciale poiché meritano una trattazione a parte: se non per la validità del brano almeno per il nome di chi l’ha registrata in altra lingua. Per adesso ci limitiamo a una lista di 10 cover rappresentative del fenomeno sin qui riassunto.
Adriano Celentano: Pregherò (1961)
Doti artistiche indubbie e presenza scenica unica. Nessuno come Adriano Celentano nel panorama della canzone leggera nostrana, anche se a inizio carriera, impersonando una via di mezzo tra Elvis Presley e il comico Jerry Lewis, vestendo i panni del ribelle – Il ribelle è uno dei singoli degli albori e I Ribelli, di cui farà parte anche Demetrio Stratos, uno dei primi complessi che forma per farsi accompagnare – è tra gli iniziati e gli iniziatori del rock’n’roll tricolore. Benché fosse anche autore, sia musicale che di testi, Pregherò non solo è una cover ma anche il classico esempio del brano che si cerca di sfruttare senza concedere nulla. La canzone presa come riferimento è Stand By Me nella versione portata al successo nel 1961 da Ben E. King, che l’aveva scritta insieme Jerry Leiber e Mike Stoller, usi talvolta a firmarsi con lo pseudonimo di Elmo Glick.
Il tourbillon di nomi associati alla canzone trasse in inganno Detto Mariano e Ricky Gianco del Clan (di Celentano) che credettero Stand By Me di dominio pubblico e di conseguenza libero da vincoli di copyright: più bella cosa non c’è (Ramazzotti-Cogliati-Guidetti) per i raiders of the lost song dell’epoca, in seguito pizzicati dall’editore Aberbach di Roma detentore dei diritti per l’Italia che minacciò iniziative legali. Incaricato di produrre il testo, Miki Del Prete, altro astro del Clan, non riuscì a cavare il classico ragno dal buco; finché la palla, anzi la carta, passò al vaglio della penna di Don Backy che ignorando le parole di Ben E. King – in senso letterale e per una ragione ottima: non sa una parola di inglese – scrisse tutt’altra storia.
Non finisce qui: Ben E. King darà un seguito a Stand By Me, titolo Don’t Play That Song, musicalmente identica, e così faranno Celentano e Don Backy con Tu vedrai, il cui titolo fa presagire che la povera ragazza di Pregherò ritroverà la fede e la vista. La canzone venne però incisa da Ricky Gianco, nel 1962, come sorta di risarcimento per Pregherò che doveva essere cosa sua. Celentano offrirà la sua versione, in inglese, solo nel 1977. Italian gospel a puntate con lieto fine.
Rita Pavone: Datemi un martello (1963)
Nel 1963, a soli 18 anni, Rita Pavone è già una best seller da 1 milione di dischi raggranellati a forza di singoli che vendono come il pane, si diceva ai tempi. Esce in quell’anno anche Datemi un martello, autori il paroliere Sergio Bardotti e la coppia Hays-Seeger che facevano parte della formazione folk americana dei Weavers. Il secondo è lo stesso Seeger, Pete, che Bruce Springsteen ha omaggiato con un disco intero di cover nel 2006, We Shall Overcome: The Seeger Sessions.
Si tratta di una delle icone della musica mondiale, il padre insieme a Woody Guthrie della canzone di protesta da cui discendono “i” Bob Dylan e tutti gli altri a cascata; attivista impegnato in prima linea pronto a prendere botte e farsi arrestare ben oltre la figura del cantautore. If I Had A Hammer, il titolo dell’originale, è stata reincisa innumerevoli volte; la versione più nota, quella che puntò la Pavone, di Peter Paul & Mary, che dal vivo eseguivano con sincera partecipazione poiché il brano era diventato la colonna sonora della storica The Great March on Washington dell’agosto 1963, quella di “I had a dream”, il commovente discorso di Martin Luther King.
Mimì Bertè: Non pentirti dopo (1964)
La versione di Sam Cooke è portatrice di un tema ben più drammatico: la “gang della catena” riferisce a un gruppo condannato ai lavori forzati legato appunto dai ferri. Un costante picchiettio metallico di sottofondo, nonostante i violini vengano a ondate a lenire il dolore, offre l’idea di chi sta spaccando pietre col piccone, accompagnandosi da versi gutturali per sconfiggere la fatica.
Nella versione italiana con le parole del famoso Vito Pallavicini resta tutto: sia “uh-ha”, benché efebico e in tale contesto privato di senso, sia il rumore degli strumenti del lavoro per la redenzione che estratti dallo sfondo paiono rumori atmosferici registrati per caso. Manca qualunque spessore e lo sguardo su un mondo di sofferenza che Sam Cooke è capace di raccontare efficacemente in 2’40”. Uomini neri alla catena, parole bianche in libertà.
Fabrizio De Andrè: Le tre corsie (1965)
Anche il più mitizzato rappresentante della canzone d’autore italiana ha trascorsi che mettono radici nella scivolosa pratica della cover. Benché l’intento non fosse certo la ricerca della hit a presa immediata ma piuttosto, come tipico del suo profilo artistico, la scoperta di musiche di confine dall’indubbio valore. Nel 1965, su etichetta Karim, Fabrizio De Andrè pubblica Fila la lana, lato B di Per i tuoi larghi occhi.
Il brano è accreditato al cantautore genovese e a “Ignoto V.o secolo”, esattamente così. Così come esattamente il pezzo originale, File La Laine, ha un autore ben preciso e una data incisione altrettanto certa: Robert Marcy – il vero cognome era Marx, di ovvie origini ebraiche come gli insuperabili, omonimi, fratelli comici naturalizzati americani – autore compositore e cantante parigino, e l’anno è il 1948. Sull’album a 10” Chansons Par Robert Marcy, monsieur Marcy è chiaramente indicato come autore di File La Laine, canzone peraltro resa celebre dalla versione di Jacques Douai negli anni ’50, cantante transalpino soprannominato, in virtù di un repertorio composto in gran parte da antiche canzoni folkloristiche, “il trovatore dei tempi moderni”.
È possibile che De Andrè abbia sentito la versione di quest’ultimo, e l’aura di cantore della tradizione di Douai, aggiunta a quanto si è già detto sulla difficoltà di reperire informazioni precise, può averlo tratto in inganno, portarlo a credere che si trattasse di una canzone oltremodo datata. Per quanto potesse risalire indietro nel tempo però, stampare sull’etichetta di Fila la lana “musica del V° secolo”, cioè di 1500 anni fa, è del tutto risibile. Comunque sia, al netto delle sviste e degli svarioni, Fila la lana fu il primo brano di Fabrizio De Andrè a ricevere soddisfacente airplay da parte della Rai, essendo il precedente materiale sempre incapace di superare l’implacabile controllo dei solerti cerberi della commissione di censura dell’azienda statale.
Musicalmente il clima di Fila la lana è simile all’originale; liricalmente resta lo sfondo – il canto di una nobildonna in lacrime per la morte in guerra del Signor di Vly nelle parole di De Andrè; Monsieur de Malbrough per Marcy –, condivide il comun denominatore del “filare la lana, filare i giorni”, per tutto il resto si tratta di totale riscrittura. “Ma la dama abbandonata” filava la lana prima di Berta.
Gianni Pettenati: Bandiera gialla (1966)
Ha segnato una stagione. E molto di più: l’inconscio collettivo del popolo danzereccio pre-discoteche, gli allora cosiddetti balere o dancing. Sulla copertina del singolo il cantante assomiglia vagamente a Jesse Plemons del periodo Breaking Bead, un bello e dannato, un ribelle senza causa caciottaro, uno scanzonato istigatore al ballo sfrenato e free-form visto ancora con ripugnanza e sospetto dalla classe genitoriale. Sul finire degli anni Sessanta i locali da ballo nominati Bandiera Gialla, sparsi per tutta Italia, non si contavano.
Più che vedersi sventolare, secondo le parole di Alberto Testa e Nicola Salerno in arte Nisa, in verità Bandiera Gialla si ascoltava: come trasmissione radiofonica di successo in onda sul secondo canale della Radio di Stato dal 1965 al 1970, condotta da Gianni Boncompagni e Renzo Arbore. Dunque Pettenati non solo si aggrappò alla giacca di St. Peters, ma succhiò le ruote alla Rai. Due furti riusciti is megl che uan.
Dik Dik: Sognando la California (1966)
Con un nome che sa tanto di cartoon della Looney Tunes, i Dik Dik sono un altro gruppo che ha fatto della copia carbone il suo credo inalterabile. Al secondo tentativo, dopo 1-2-3 di Len Barry, i ragazzi milanesi affondano i denti in classifica con Sognando la California. La iconica, epocale, California Dreamin’, dopo un primo approccio di Barry McGuire, era schizzata al n° 4 di Billboard per merito dei (the) Mamas And (the) Papas nel gennaio 1966. Solo quattro mesi dopo venne pubblicata la versione dei Dik Dik che in agosto si spinse fino al n° 3 per restare nelle zone privilegiate della classifica per ben 12 settimane. Nonostante la versione italiana sia stata campione di vendite e abbia sancito una stagione, il confronto con la performance del quartetto statunitense è impietoso.
I Nuovi Angeli: Per vivere insieme (1967)
Difficile, pure in un mondo come quello degli anni ’60 dove l’America era terra straniera e lontanissima, non accorgersi di una canzone arrivata al n° 1 della classifica di vendita più importante al mondo (Billboard) scalzando Penny Lane dei Beatles. Altrettanto difficile non rimanerne affascinati al primo ascolto, per merito di ritornello e melodia che hanno il potere di restarti incollati in testa come gel per capelli Ultra 6.
Sono i Turtles a raggiungere quella vetta, cosa che gli riuscirà una sola volta con il brano Happy Together, scritto peraltro da due autori esterni, Alan Gordon e Garry Bonner. Come quasi sempre nel caso di cover italiane di questo periodo, il testo che il siciliano Giuseppe Cassia ha scritto per la versione che ne danno I Nuovi Angeli, intitolata Per vivere insieme, nello stesso anno: il 1967, ha pochissime parole da spartire con l’originale, pur rimanendo entro i confini della canzone d’amore festante. Come per altri casi, gli avvoltoi italiani si sono buttati sulla preda in massa: Jimmy Fontana, I Ragazzi Del Sole, Brenda Bis, e i Quelli che diventeranno a breve la Premiata Forneria Marconi, daranno tutti la loro versione.
Trattandosi di un brano così riuscito, davvero libero dagli schemi che imprigionano entro i confini di un arco temporale, le cover si sono succedute non solo in contemporanea ma nel corso degli anni e alle più disparate latitudini. Ancora oggi il brano originale si sente comparire tra spot pubblicitari e scene di film, l’ultimo italiano la commedia Metti la nonna in freezer del 2018.
Happy Together, per fare un altro esempio, è una trasmissione di punta di una tra le stazioni radio commerciali più in voga, e frivola all’irritazione, di oggi, e di certo il titolo non è stato parto della loro originalità. Fatto curioso, e notevole, è che allo scioglimenti dei Turtles nel 1970 – si sono in seguito riformati nel 1983 – due di loro, Howard Kaylan e Mark Volman, entrarono a fare parte delle Mothers Of Invention, la band che accompagnava Frank Zappa, notoriamente un leader che si circondava di prodigiosi musicisti. Per vivere insieme, servono le parole giuste.
Gian Pieretti, Antoine: Pietre (1967)
Tutta Italia, grandi e piccini, la canticchia. Gli autori della canzone che si classifica al n° 8 della competizione sanremese sono Gian Pieretti e Ricky Gianco, e si sa come il regolamento del festival sia inflessibile e indaghi in profondità per certificare che tutti i brani in corsa per la gara siano inediti. Peccato che nel maggio del 1966 tale Bob Dylan aveva licenziato Blonde On Blonde che apre con Rainy Day Women #12 And 35, singolo a sua volta pubblicato il 22 marzo raggiungendo il n° 2 nella classifica di competenza di Billboard, dunque un hit impossibile da non conoscere, ma soprattutto non riconoscere nella canzone millantata da Pieretti e Gianco.
Dori Ghezzi: Casatschok (1968)
È il primo grande successo di Dori Ghezzi futura moglie di Fabrizio De André. Mentre tutti guardano alle canzoni anglofone, chi muove i fili della bionda brianzola – la Durium – spinge la cantante verso l’esotico di oltrecortina che a quei tempi era anche più distante e impenetrabile, off limit per mille motivi, delle “stelle & strisce” di oltreoceano. Una mossa a sorpresa che ripaga. Non pensiate però che si tratti di un azzardo dello scouting discografico della label, perché la scommessa è vincente in partenza: Boris Rubaschkin, nato in Bulgaria ma cittadinanza russa, un anno prima, nel 1967, aveva fatto di Casatschok, riadattamento dell’originale di Matvei Blanter del 1938, una hit da 10 milioni di copie vendute in mezzo mondo.
Il Casatschok italiano, canta la bella Dori Ghezzi, “è il ballo della steppa”. Ma se date una occhiata alle esibizioni promozionali tra le varie trasmissioni dell’epoca, la cantante, che si muove tra le note con l’elasticità di un cosacco appena sceso di cavallo dopo tre giorni al galoppo senza sosta, sembrerà invece intonare “Casatschok è il ballo della schiappa”.
Equipe 84: Tutta mia la città (1969)
Tra i maggiori alfieri delle cover, per un uso massivo che consegnerà loro una carriera dorata, l’Equipe 84 ha un posto di primo rango nella storia del Beat italiano. Il gruppo condotto da Maurizio Vandelli mette nel mirino le band anglosassoni di più grande spessore, artistico e notorio, già dal 1964: Rolling Stones, Moody Blues, Beach Boys, Kinks, Mamas And Papas, Traffic, ma anche singoli artisti come Cher e perfino Elton John.
Impossibile scegliere un solo titolo tra i tanti che, senza troppo sforzo, hanno portato a Vandelli e soci enorme fortuna, ma Tutta mia la città, arrivata al n° 1 della trasmissione radiofonica Hit Parade, è di certo tra le più popolari, rimasta nell’aria negli anni e riportata in auge nel 2007 da Giuliano Palma in versione ska. Vale spendere alcune parole su Hit Parade, una delle trasmissioni musicali giovanili, e la prima del genere, più seguite alla radio.
In onda tra il 1967 e il 1976, presentata da Lelio Luttazzi, pianista jazz e show man a tutto tondo, il format metteva al centro dell’attenzione classifiche di vendita che in realtà si basavano su un campione rilevato tra gli ascoltatori; ovvio che poi – in modo shakespeariano: l’autodeterminazione della profezia di Re Lear – la trasmissione seguita da picchi di 5 milioni di persone era in grado di spostare gli equilibri e portare in alto chi in alto aveva “divinato” in anticipo.
In Blackbarry Way, l’originale dei Move scritto da Roy Wood che andrà in seguito a formare la ben più nota Electric Light Orchestra, una parte importante la riveste il mellotron, che offre l’idea del Progressive rock che avanzava, sostituito nella canzone della Equipe 84 da quelli che sembrano violoncelli veri e propri, molto probabilmente perché la tastiera citata era di difficile reperibilità perfino nel Regno Unito. Il testo di Blackbarry Way, parole di buona grana che narrano di una storia a due che si sta sfaldando, in Tutta mia la città, riscritte del “gran” Mogol-Giulio Rapetti tratteggiano con tono prosaico un non meglio definito ménage à trois che per l’io narrante si interrompe bruscamente. Tutta mia la classifica.
Nicola Di Bari: Dammi fuoco (1970)
Se Nicola Di Bari era attento a ciò che accadeva nel mondo della musica, più distrattamente lui e il paroliere Vito Pallavicini si guardavano attorno con riferimento agli avvenimenti della società. Nel 1970, il brano è Dammi fuoco, Nicola Scommegna in arte Di Bari, in realtà della provincia di Foggia: insomma un rompicapo anagrafico, insiste su un ritornello che canta “Dammi fuoco e brucerò”, quando la prima cosa che viene in mente è il ricordo di Jan Palach, lo studente cecoslovacco che solo un anno prima si era cosparso di benzina e dato fuoco per risvegliare le coscienze dei connazionali contro l’invasione sovietica del suo Paese.
Quasi sicuramente, data la poca o quasi nulla attinenza con le parole di Light My Fire dei Doors pubblicata sull’album di debutto del 1967, si poteva fare di meglio. La resa che ne fa il cantante pugliese è molto in sintonia con la bellissima versione di Josè Feliciano di un anno prima, quindi una sorta di cover della cover: chitarra acustica e flauto tra Progressive rock e Herbie Mann in primis, percussioni a là Samba Pa Ti (Santana), l’orchestra a sprazzi. Al giro di boa del decennio, insomma, una volenterosa apertura verso il nuovo che avanzava dal mondo del rock. Paradossalmente, in un gioco di specchi nel quale non si capisce più quale sia il riflesso dell’originale e quale il suo doppio, va detto che nello stesso anno, 1970, la meteora Giano Ton riesce a sfornare una cover, tale e quale, della “cover della cover” di Nicola Di Bari; mentre nel 1967 ci avevano già provato Gli Innominati, con un titolo oltremodo scellerato, Prendi un fiammifero, pur restando musicalmente più fedeli all’originale benché castrato del mirabolante solo di Ray Manzarek alla tastiera. Fuoco fatuo.
Dopo scritto
Il succo di quello che è stato lo straordinario periodo (in termini numerici) di altrui saccheggio della musica leggera italiana e del Beat, soprattutto tra anni ’50 e ’60, viene sintetizzato magnificamente dal commento di tale SpudeWil, come ultimo commento alla pagina di Youtube dove Caterina Caselli si profonde nella versione di Lady Eleonora, reinterpretazione un po’ così di Lady Eleanor dei Lindisfarne, la band della label inglese Charisma dai migliori risultati di classifica fino alla esplosione dei Genesis.
Mentre tutti gli altri fan – italiani – si spendono in lodi sperticate indirizzate alla cantante emiliana – non sapendo di ciò che parlano, per l’ennesima cover che con l’originale c’entra come i cavoli a merenda, e probabilmente pure a colazione tanto è lontana dalla storia di partenza – il lucido ascoltatore inglese, come fosse un epitaffio sbotta: “I hope Alan got his royalties!!”.
Un problema che purtroppo non si pone più, perché Alan Hull, uno dei membri fondatori e leader dei Lindisfarne, è deceduto nel 1995. Ma l’auspicio di Mr. SpudeWil, che porta con sé una domanda implicita, e vale per altre centinaia di titoli (vedi Pietre), resta senza risposta.


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