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Briciole d’attenzione: ecco come il "breadcrumbing" ci fa soffrire nelle relazioni online

Oltre al ghosting, lo sparire all'improvviso sulle app di incontri, c'è anche un'altra stortura, molto più subdola: il tenere appese le persone a fioche speranze. Ne parliamo anche con la sociolinguista Vera Gheno
Briciole d’attenzione: ecco come il "breadcrumbing" ci fa soffrire nelle relazioni online

Il digitale ha indubbiamente riscritto le regole del gioco in fatto di relazioni. Ad esempio, abbiamo preso l’abitudine di ricorrere a segnali digitali frammentari ed evanescenti, come lasciare dei like tattici o guardare le stories di Instagram per comunicare con chi ci interessa.

“Breadcrumbing”, in inglese “briciole di pane”, è il fenomeno per cui una persona dà online la sua attenzione solo a piccoli segnali, come like o commenti sui social, quel poco che basta per tenere vivo l’interesse dell’altra persona e senza mai esporsi direttamente. Un fenomeno del nuovo vocabolario delle relazioni digitali che rende ancora più complesso stabilire connessioni significative, generando impatti anche sulla salute mentale delle vittime.

Il breadcrumbing gioca molto sull’ambiguità, sul “non detto”, e anche per questo genera frustrazione in chi lo subisce.

“Online è davvero facile farlo. Si mette un cuore, un like, si visualizza una storia su Instagram e tu dall’altra parte ti chiedi se sia un segnale o meno. Se ti piace, e sei lì a cercare di capire se la cosa è ricambiata, ti lascia lì, appesa. Tollerabile, il ghosting è sicuramente peggio, ma rimane il fatto che il rischio di stare lì appese per lungo tempo, inutilmente, c’è. Ci va tanto lavoro su se stesse per darsi da sole le risposte e voltare pagina” afferma Valentina, 28 anni, che fa parte della mia community sul dating Match and the City.

Alcuni segnali per riconoscere chi fa breadcrumbing sono: l’incapacità di impegnarsi nel fare dei piani con l’altra persona, foss’anche solo un appuntamento dal vivo per conoscersi; “micro-comunicazione”, ovvero minimi segnali di comunicazione che non comportino fatica o tempo (come i like su Instagram); alti e bassi in una comunicazione a singhiozzi che fa sentire la vittima un giorno desiderata e l’altro ignorata; risposte brevi, in ritardo, superficiali; dopo la riapparizione tipicamente il/la “breadcrumber” non si prodiga in spiegazioni né considera i sentimenti della vittima.

“Mi è capitato con un ragazzo conosciuto su Facebook, ma non ci eravamo mai visti. Se gli scrivo io mi risponde, altrimenti lui non mi cerca. A quel punto io non gli scrivo più e lui ovviamente non lo fa. Però appena io pubblico qualcosa online lui commenta e interagisce” mi racconta Carla, 35 anni.

“Mi ha contattata un ragazzo con richiesta di amicizia, sembrava interessante ed interessato, abbiamo avuto un giorno e mezzo di chiacchiere, poi il nulla più assoluto, e ancora like e interazioni da parte sua nei miei post. Così è quasi peggio del ghosting, tremendo". È l’esperienza di Marta, 38 anni.

Una ricerca del 2021 ha dimostrato che usare dating app espone maggiormente a subire ghosting e breadcrumbing. Un altro studio del 2020 ha definito il breadcrumbing come uno dei nuovi concetti 2.0 legati al paradigma delle relazioni virtuali.

In particolare, indagando i comportamenti degli adolescenti, è stato rilevato che subire breadcrumbing rallenta il processo di ripresa della “vittima” dopo che la relazione è stata interrotta, aumentando i suoi livelli di stress e limitando anche la sua crescita personale.

Lo studio ha inoltre analizzato chi fa breadcrumbing, trovando tra le motivazioni da un lato il bisogno di aumentare la propria autostima sentendosi desiderati dalla vittima e un senso di controllo nel sapere che è sempre a disposizione, dall’altro la paura di esprimere i propri sentimenti e incapacità di impegnarsi in una frequentazione (elemento che lo rende molto simile al ghosting). Un altro studio recente, condotto su persone tra i 18 e i 40 anni che avevano subito ghosting o breadcrumbing, ha rilevato nelle vittime minore soddisfazione personale e maggiore senso di impotenza e solitudine.

Sentimenti negativi che emergono anche dal racconto di Camilla, 27 anni, che fa parte della mia community: “Ho conosciuto Francesco su una chat, ma era fidanzato. Ci siamo visti due volte e successivamente lui si è trasferito per lavoro. Quando è tornato ci siamo visti a casa sua e dopo una chiacchierata siamo finiti a letto. I giorni dopo sembrava tutto ok, ma ho capito presto che il suo intento era solo quello, infatti ci siamo persi di vista, per poi risentirci tempo dopo. Quando lui si è trasferito nuovamente in un’altra città ogni tanto ci sentivamo, mentre lui continuava a essere fidanzato. Eppure lui era sempre presente virtualmente con frecciatine online, like, commenti... Ad oggi, siccome da un po' è ritornato nella città dove vivo, dovremmo rivederci, ma sembra non accadere mai e la situazione rimane la stessa (lui continua con frecciatine e commenti). Oltre a non sapere cosa fare sono molto confusa, non so che pensare, è come essere in un limbo…”.

Non è un caso che in questa storia ci sia una momentanea sparizione: spesso infatti il breadcrumbing segue al “ghosting”, altro fenomeno dilagante (soprattutto sulle dating app ma non solo), ovvero quando una persona che si sta frequentando non risponde ai tentativi di contatto e chiude le comunicazioni senza alcuna spiegazione.

Oltre che al ghosting, il breadcrumbing è simile anche al “gaslighting”, con la differenza che in quest’ultimo c’è una intenzione di manipolazione, ma di fatto entrambi producono l’effetto di far dubitare la vittima della sua capacità di interpretare la realtà.

Per approfondire il breadcrumbing dal punto di vista del linguaggio e della comunicazione ho chiesto a Vera Gheno, sociolinguista specializzata in comunicazione digitale, quali possono essere le ripercussioni di questo comportamento sulle nostre relazioni.

“Forse la prima domanda che ci si dovrebbe fare è se si tratta di un comportamento volontario o di una semplice concatenazione di eventi magari solo parzialmente correlati; ricordiamoci sempre che noi esseri umani tendiamo a cercare schemi, a costruire storie anche là dove eventualmente non ce ne sono, mettendo in sequenza avvenimenti casuali e cercando un nesso di causalità” risponde Gheno. “Dico questo perché probabilmente può davvero accadere che quell'apparente interesse che si concretizza con like e visualizzazioni possa essere frutto del caso”.

Spesso si rimane con l’eterno dubbio di come interpretare quei segnali digitali, come nella storia di Camilla. Le interazioni online sono diventate un linguaggio non verbale con cui proviamo a “leggere” gli altri e farci leggere dagli altri, in maniera indiretta. Ho chiesto a Gheno cosa implica tutto ciò per le nostre relazioni. “Comporta a mio avviso una complicazione: forse, una volta era più lineare - non dico semplice - relazionarsi con le altre persone. Con i nuovi canali di comunicazione aumentano le forme di relazionalità obliqua, se non indiretta”, afferma. “E allora la domanda è: quanto valore devo dare a quel like? Che cosa vuol dire che Tiziə ha visualizzato la mia storia? Che cosa mi sta cercando di dire Semproniə con quella serie di azioni indirette che sembrano denotare un certo interesse nei miei confronti? Insomma, come faccio a riconoscere un vero interesse e a non farmi i famosi film?”.

Domande che come abbiamo visto quasi sempre non trovano risposta, alimentando così un ciclo di frustrazione in chi subisce. La situazione viene poi aggravata dal fatto che anche se siamo nell’epoca più connessa, non abbiamo un manuale d’istruzioni per destreggiarci. E nel disorientamento, spesso la via più facile diventa quella di condannare la tecnologia. Quando si parla di relazioni online, infatti, un vecchio adagio è l’idea per cui l’online abbia impoverito la nostra capacità comunicativa e relazionale, fino ad arrivare a polarizzarsi demonizzando i social e addossando alla tecnologia la colpa di renderci “asociali”.

“Siamo giovani utenti di mezzi potentissimi, neopatentati alla guida di una macchina di grossa cilindrata” dice Gheno. “Ovvio che riusciamo a combinare dei bei pasticci, proprio perché non ci è effettivamente stato insegnato come gestire tutta quella potenza. Ciononostante, non vedo l'online come un impoverimento. Dobbiamo imparare a vivere in questa onlife in cui siamo oggi. Con un po' di sforzo ce la possiamo fare.”

Foto principale: Unsplash, (c)mikel-parera

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