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Whitemary, il fascino dell’elettronica cantata in italiano

È una delle promesse della nostra elettronica pop e ha da poco pubblicato il primo album 'Radio Whitemary'. «Bpm, cassa dritta e un certo modo di produrre aiutano a empatizzare con i testi»

Whitemary

Foto: Fabrizio Narcisi

Il rapporto tra il pop e la musica elettronica da ballo in Italia è stato altalenante nel corso della storia. Seppur sia riconosciuto, più all’estero che da noi, il valore dell’Italo disco, della produzione di Moroder e di una certa dance popolare, difficilmente musica d’autore e musica da ballo sono riuscite a far breccia nei cuori degli ascoltatori italiani. Un punto di svolta di questo rapporto è stato Cosmo, uno dei pochi, nel recente passato, a riuscire a usare l’italiana per fare al ballo un significato più puro e liberatorio.

È su questo nuovo percorso aperto dall’artista eporediese che si può inscrivere Whitemary, il progetto dietro cui si cela Biancamaria Scoccia, una generatrice ossessiva di canzoni in cassa dritta. Musicista, cantante, produttrice, Whitemary è la perfetta sintesi di un suono che si muove tra l’elettronica europea, «SBTRKT, Simian Mobile Disco, Charlotte Adigery, Marie Davidson, Soulwax e praticamente tutto il catalogo Deewee», e il cantato in italiano.

«A me è sempre sembrato paradossale che l’italiano non funzionasse sulla musica elettronica. A me pare che non ci siamo ancora resi conto del fascino che la nostra lingua ha all’estero», ci racconta durante una videochiamata. «Ho scelto questi bpm, la cassa dritta e un certo modo di produrre perché aiutassero a comprendere e ad empatizzare con i testi. Non faccio musica elettronica solamente per far ballare – anche perché sono la prima a non andare a ballare, preferisco ascoltare – ma il ballo è qualcosa di fondamentale nella dimensione del live, come il pogo ai concerti rock, è ciò porta l’esperienza ad un altro livello».

Radio Whitemary, il suo primo disco, è arrivato quasi per caso: «Quando è scoppiata la pandemia stava lavorando a un EP. Prima della fase di mixing però siamo entrati in lockdown e non ho avuto modo di chiuderlo. Così ho pensato di mandarlo, così com’era, a chiunque del mio pubblico lo volesse ascoltare. Mi scrisse allora Emilano Colasanti di 42 Records dicendomi di smettere di farlo girare, convincendomi a continuare a scrivere per arrivare a un disco da pubblicare con loro». Il suono di Whitemary è molto chiaro ed esplicito, tra sample di batterie che inchiodano al dancefloor e sintetizzatori («Moog Subsequent 37, il Teenage Engineering OP-1 e il Moog Matriarch»), su cui Bianca si lancia in ossessive ripetizioni lessicali, utilizzando la lingua italiana nella sua irregolarità per costruire «strane e storte poliritmie».

Laureata in canto jazz presso il Saint Louis College of Music, dove quest’anno ha insegnato musica elettronica («credo che ciò inciderà molto sui miei prossimi lavori»), Whitemary è un’amante dell’imperfezione, elemento ideale per rendere il suo sound «un po’ sporco, un po’ punk», seppur il suo terrore più alto, nei live, sia quello di trasformare queste imperfezioni in errori. «Mi sembra non ci sia spazio per l’errore e, soprattutto, non ci sia spazio per l’errore per una donna. Ho la sensazione che a noi sia meno concesso. Quando un uomo commette un erroraccio è cool, rock, punk, ma quando una donna sbaglia invece – anche con errori meno evidenti e importanti – apriti cielo. Ma per fortuna la scena elettronica è sempre stata molto solidale con me, mi son sempre sentita benvenuta (come raccontavamo qua, ndr). Ma forse è perché vengo dal jazz dove è ancora peggio».

Noi che abbiamo avuto il piacere di vederla in apertura di Cosmo a La prima festa dell’amore, possiamo dire che la ragazza ha talento e i suoi brani, come poche altre cose in circolazione, riescono ad andare dritti al punto della questione: fanno ballare e fanno cantare. Che volete di più?

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