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Giancarlo Benedetti, 500 giorni in cella per un'intercettazione falsa? Umiliato ancora: se questa è giustizia

Paolo Ferrari
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Arrestato due volte per gli stessi fatti, 500 giorni trascorsi dietro le sbarre in regime di alta sicurezza, assolto in primo e secondo grado. È quanto capitato all'ex calciatore laziale Giancarlo Benedetti. Le traversie giudiziarie di Benedetti iniziano nell'estate del 2008. I magistrati della Capitale hanno per le mani un'inchiesta avviata qualche anno prima dai pm anticamorra Raffaele Cantone e Alessandro Milita e che vede come protagonista l'ex capitano della Lazio Giorgio Chinaglia. Per Cantone, attuale procuratore di Perugia, ci sarebbe un piano dei Casalesi per riciclare denaro sporco proprio tramite la SS Lazio. «Il denaro sarebbe stato dapprima trasferito all'estero e successivamente fatto rientrare in Italia attraverso istituti bancari tedeschi, svizzeri ed ungheresi. La provvista doveva confluire presso un istituto di credito della Capitale, per essere utilizzata per acquistare una quota rilevante del pacchetto azionario della SS Lazio», si legge in una nota diffusa all'epoca dai magistrati. L'ipotesi investigativa, in pratica, è che attraverso intricate operazioni finanziarie e ricorrendo ad atti violenti ed intimidatori, i Casalesi avevano intenzione di riciclare circa 21 milioni di euro frutto di attività camorristiche acquistando il pacchetto di maggioranza del club calcistico, quotato in borsa.


L'ARRESTO AL MARE - A mettere in moto la magistratura erano state le anomale oscillazioni in borsa del titolo della SS Lazio, dovute alle uscite pubbliche di Chinaglia detto "Long John", nella veste di sponsor di una società, la Gedeon Rt che poi aveva sempre smentito ogni interessamento al club biancoceleste. I Casalesi, per raggiungere lo scopo, si sarebbero avvalsi anche di frange della tifoseria più violenta, che avrebbe quindi fatto pressione sul presidente Claudio Lotito e sui suoi più stretti collaboratori e familiari. In questo scenario alquanto suggestivo, Chinaglia riesce ad evitare l'arresto in quanto si trova all'estero e nella retata finisce invece Benedetti. «Ero in vacanza al mare in Abruzzo, mi chiama mio padre dicendomi che c'è la Guardia di Finanza a casa che mi sta aspettando», ricorda l'uomo, che allora aveva 40 anni. «Solo quando torno a casa», prosegue, «capisco cosa stava accadendo. Io vivevo e lavoravo a Rieti. Mi resi subito conto che ero stato scambiato per un'altra persona». Dopo tre giorni a Regina Coeli, Benedetti viene sottoposto all'interrogatorio di garanzia da parte del giudice al quale decide di rispondere. «Visto che non sapevo nulla dei fatti contestati, commessi da persone che non conoscevo, il giudice mi dice che sono omertoso», sottolinea. Secondo gli inquirenti, il calciatore, in concorso con altri, avrebbe tentato prima di ostacolare l'identificazione di denaro riferibile ai Casalesi per poi usarlo per 'scalare' la squadra di calcio biancoceleste.

A seguito della detenzione Benedetti perderà subito il lavoro, a causa del danno di immagine, di responsabile di una concessionaria di auto. Il tribunale del Riesame, comunque, annulla la custodia cautelare poiché «la contestazione è affetta da nullità per violazione del diritto di difesa», in quanto «le attività criminali da cui sarebbe derivato il provento illecito non sono in alcun modo specificate, così impedendo agli indagati di esercitare compiutamente il proprio diritto di difesa». La Procura decide di insistere e presenta Appello e a quel punto un nuovo Riesame rimanda Benedetti dietro le sbarre. Con le medesime accuse.
Dopo l'odissea giudiziaria che ha vissuto Giancarlo Benedetti non ama mostrarsi in volto e questa è una delle poche immagini che si hanno di lui. L'uomo, ex calciatore della Lazio, fu accusato ingiustamente DEPRESSIONE E


DIMAGRIMENTO - In carcere Benedetti inizia a soffrire di depressione di forma bipolare e caratterizzata da dimagrimento, cefalee, insonnia. Rita Bernardini, in quel periodo parlamentare radicale, va a trovarlo in carcere e presenta una interrogazione parlamentare a cui nessuno risponderà. «Essendo sicuro della mia innocenza decido di affrontare il processo con il rito abbreviato», prosegue Benedetti, al termine del quale viene assolto per «contraddittorietà delle prove a carico». Insieme a lui sono assolti anche gli altri imputati. I pm avevano chiesto una condanna a 6 annidi carcere. Incassata l'assoluzione, tramite i suoi legali, l'ex calciatore decide di chiedere un risarcimento per ingiusta detenzione. Nel ricorso viene evidenziato che tutta l'indagine si basava su intercettazioni telefoniche. «La fase cautelare», scrivono i difensori, «fu caratterizzata dalla carenza in atti persino dei brogliacci informali della polizia giudiziaria. Tutti gli atti investigativi vennero strutturati sulla base di mere sintesi delle conversazioni che all'esito della vicenda si sono rivelate del tutto inattendibili. La polizia giudiziaria si è spericolatamente dedicata alla personale interpretazione di singoli spezzoni di telefonate». In pratica, Benedetti era finito dietro le sbarre per i riassunti fatti dal maresciallo. Solo dopo la perizia trascrittiva delle conversazioni emerse che il contenuto delle frasi pronunciate dal giocatore era diverso.

I magistrati si spinsero ad affermare la «non condivisibile chiave di lettura delle conversazioni telefoniche intercettate seguita dalla polizia giudiziaria nelle proprie informative, e fatta propria dal pm. Attraverso l'ascolto diretto delle telefonate emerge come siano stati trascurati alcuni fondamentali aspetti considerati forse come poco significativi nella logica di una successiva elaborazione volta a suffragare una certa linea interpretativa». Un "copia e incolla" dove sarebbero stati omessi passaggi importanti perché a favore dell'indagato. Secondo la Corte di Appello che ha rigettato l'istanza per ingiusta detenzione, alcuni comportamenti dI Benedetti, desunti da quelle stesse intercettazioni, poi rivelatesi errate, avrebbero comunque influenzato il giudice cautelare, facendolo cadere in errore. «È allucinante che si possa essere arrestato e detenuto per 17 mesi in carcere in attesa di giudizio per una farneticante ipotesi accusatoria basata su indizi basati su stralci di intercettazioni telefoniche», afferma sconsolato Benedetti. La vicenda dell'ex calciatore, oltre all'abuso della custodia cautelare, pone l'accento anche sui provvedimenti in materia di ingiusta detenzione dove ogni motivo va bene per non aprire il portafoglio e risarcire il danno subìto. Vale la pena ricordare, infatti, che circa l'80 percento delle domande di ingiusta detenzione vengono respinte ogni anno, pur a fronte di una assoluzione piena. .

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