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I silos del grano nel luogo dell'esplosione (foto Claudia Cavaliere) 

Così i silos del grano sono diventati il simbolo della crisi libanese

Hanno protetto Beirut dall'esplosione del 4 agosto 2020, ma la guerra in Ucraina ha peggiorato la situazione economica

Claudia Cavaliere

Dopo mesi di monitoraggio, il governo libanese ha deciso la definitiva demolizione della pericolante struttura delle riserve di grano. A oggi non c'è una soluzione a lungo termine, e tutti aspettano le elezioni del 15 maggio

Beirut, Libano. Quando l’esplosione al porto di Beirut ha devastato una parte della capitale è rimasta solo una cosa a impedire che quella tragedia avesse conseguenze ancora peggiori e che colpisse tutti i quartieri della città che si affacciano sul Mediterraneo: i silos del grano, che contenevano l’85 per cento delle scorte di cereali del paese.

 

Quel pomeriggio del 4 agosto del 2020 circa tremila tonnellate di nitrato d’ammonio sono esplose causando la morte di oltre duecento persone e il ferimento di oltre settemila. L'esplosione ha lasciato migliaia di persone senza una casa, ma quell’imponente deposito a pelo d’acqua ha incamerato la potenza della deflagrazione, proteggendo la città e diventando insieme un nuovo simbolo di giustizia nella storia del Libano e dell’impunità della sua classe politica. “Non oseranno abbatterli, non possono cancellare la nostra storia e fingere ancora una volta che qualcosa di terribile non sia accaduto. Io non penso che i silos debbano restare così fino a quando abbiamo trovato la verità, devono restare così per sempre, come memoria libanese, per le famiglie di chi non è sopravvissuto alla tragedia del porto e per le prossime generazioni. Quei silos devono continuare a raccontare chi è morto qui e come è morto”, racconta al Foglio il trentenne William Noun, portavoce delle famiglie delle vittime dell’esplosione.

 

Con la potenza di quel boato, le palafitte su cui si ergevano i silos si sono spezzate, rendendo ciò che ne rimaneva instabile, pericoloso e soggetto al crollo. Così, ad aprile e dopo mesi di monitoraggio delle oscillazioni della struttura da parte di imprese internazionali, il governo libanese ne ha deciso la definitiva demolizione, dopo ventuno mesi e ancora nessun colpevole. Per molti, la volontà del governo di abbattere i silos del grano nasconde un nuovo tentativo di sbarazzarsi di una prova di colpevolezza. “Come ingegnere, penso che l'intera struttura debba essere demolita perché è irreparabile, troppo danneggiata e anche perché i costi di riparazione sarebbero troppo elevati. Però come persona capisco le discussioni intorno al tema: per me la parte che si muove dev'essere rimossa, perché è troppo pericolosa, ma quella che resiste si può tenere in piedi a memoria d’uomo. Una cosa è certa: i silos così come erano concepiti non possono essere ricostruiti qui, si basano su delle palafitte che sono andate distrutte, ecco perché si spostano", Emmanuel Durand, ingegnere svizzero.

 

L’esplosione al porto di Beirut è arrivata nel momento in cui il Libano era già alle prese con una profonda crisi economica, politica e sociale che da quel giorno si è intensificata: è stata la crisi del carburante, della mancanza delle medicine, della svalutazione della moneta locale, dell’aumento vertiginoso dei prezzi, della scarsità del cibo. Da quando è scoppiata la guerra in Ucraina è diventata anche la crisi del pane. Il Libano – che per decisioni economiche ben precise ha basato la sua ricchezza sul settore del turismo e delle costruzioni dopo la fine della guerra civile nel 1990 – ha sempre importato la maggior parte dei prodotti che consuma, anche il grano, di cui l’Ucraina era il primo esportatore, mentre il secondo era la Russia. In particolare, il paese importa circa 50.000 tonnellate di grano al mese per coprire il fabbisogno del mercato di pane e suoi derivati, per un totale di circa 600.000 tonnellate all'anno.

foto LaPresse

 

Per la crisi economica che impedisce al Libano di pagare molte delle sue commesse e per la distruzione delle riserve del grano al porto, il paese non può contare su scorte che durino più di un mese e che vengono stipate nei dodici mulini sparsi per il suo territorio, così ogni due settimane vengono rinegoziati i carichi e i contratti. “Seppure trovassimo dei buoni esportatori, buona qualità di grano a un buon prezzo e riuscissimo a pagare tutto, quanto grano potremmo conservare? Quanto dovremmo farlo pagare? Noi stiamo gestendo la crisi, non la stiamo risolvendo, non c’è nessuna soluzione a lungo termine, ma non possiamo allarmare la popolazione, ci sarebbero code alle panetterie ed è già successo”, ha spiegato Geryes Berbari, direttore generale del dipartimento dei cereali e delle barbabietole da zucchero del ministero dell'Economia.

 

Nonostante il ministro Amin Salam abbia firmato un contratto con la Banca Mondiale per ottenere un prestito di 150 milioni di dollari, questo non troverà attuazione senza un gabinetto e un Parlamento. Così, fonti dal ministero raccontano che ogni strategia sarà rimandata a dopo le elezioni del 15 maggio e che una soluzione potrà essere quella di chiedere al Consiglio dei ministri – appena sarà formato – di aprire un credito bancario per l'acquisto di pane fino alla conclusione del contratto con il Fondo monetario internazionale. E' un’emergenza perché in molte delle più povere famiglie libanesi il pane negli ultimi mesi rappresenta un intero pasto.

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