Fu un autunno caldissimo quello del 1980 a Torino. Non tanto dal punto di vista climatico, quanto dal punto di vista sociale e lavorativo. Al ritorno dalle ferie gli operai della Fiat si trovarono di fronte all’intenzione della principale industria italiana di lasciare a casa circa 14mila lavoratori. Da lì iniziarono scioperi, picchetti e manifestazioni che per 35 giorni fermarono, di fatto, l’attività produttiva dell’azienda, avendo ripercussioni ad ampio raggio sulla vita economica della città, e non solo. Perché l’indotto della Fiat non era, e non è, certo trascurabile. Quei 35 giorni culminarono in quella che viene ricordata come la marcia dei Quarantamila colletti bianchi impiegati nella Fiat di Mirafiori, che scesero in piazza per la prima volta contro gli scioperi degli operai e che determinarono una delle prime grandi sconfitte della classe operaia, mettendo in crisi anche i sindacati, duramente contestati dai lavoratori e i partiti della sinistra, in particolare il Pci dell’allora segretario Enrico Berlinguer.

Questo spaccato di storia viene ripreso e raccontato da Cristiano Ferrarese in un romanzo dal titolo semplice quanto efficace “Quarantamila. I 35 giorni della città di Torino” (edizioni Scritturapura). La narrazione di Ferrarese, che ha un passato da sindacalista Cgil in provincia di Mantova e che oggi vive e lavora a Bristol, in Inghilterra, si svolge sullo sfondo storico di quelle 35 giornate, ma per dipanare la trama e tenere collegati i vari eventi del periodo, l’autore utilizza personaggi di fantasia e si aiuta anche identificando ogni capitolo con cantautori e canzoni dell’epoca: Nada a Claudio Lolli, passando per Ivan Graziani, la Pfm e Francesco Guccini. Senza dimenticare il calcio e la contrapposizione fra Juventus, il team identificato con la Fiat intesa come azienda, e il Torino, la squadra della rivalsa operaia tifata da due dei protagonisti del libro che lavorano alle presse negli stabilimenti di Mirafiori. “Lo sguardo – scrive Ferrarese nel libro facendo parlare Josif – mi cade sopra la cassa dove un poster del Toro celebra lo scudetto del 1975/76 e mi emoziono. Ricordo le partite al Filadelfia. Recito la formazione a voce alta Castellini, Santin, Salvadori, Patrizio Sala, Mozzini, Caporale, Claudio Sala, Pecci, Graziani, Zaccarelli, Pulici… Intorno a me i pochi presenti sorridono, qualcuno applaude. Mio padre sentenzia: ‘Una delle ultime volte in cui abbiamo battuto la Fiat, speriamo di riuscirci ancora’, ed è chiarissimo che non si sta riferendo al derby con la Juve”.

A intrecciarsi sullo sfondo di una Torino in subbuglio sono, appunto, le storie di Josif Carlo Rosso, giovane studente di filosofia e operaio a Mirafiori per pagarsi gli studi; il padre di quest’ultimo, operaio attivo nel Sindacato; la fidanzata di Josif, Cristina, studentessa e commessa in un negozio di moda dove vanno a fare acquisti le signore della ‘Torino bene’, e la figura cruciale del signor Luigi. Quest’ultimo, infatti, a detta dello stesso Ferrarese, può essere identificato con l’organizzatore e anima della marcia degli impiegati che il 14 ottobre scesero in piazza dando voce a quella maggioranza, fino ad allora silenziosa, ma pronta a organizzarsi e ad alzare la voce vedendo messo a rischio il proprio posto di lavoro dalle proteste operaie che si stavano protraendo da oltre un mese.

“Quella marcia silenziosa ma carica di significati – spiega l’autore del libro a ilfattoquotidiano.it – ha rappresentato una sorta di spartiacque, perché da allora la classe operaia entra in crisi e inizia a smarrirsi. Si ritrova spiazzata e combattuta con le sue stesse armi da quelli che stavano sempre in ufficio e non protestavano mai. Anche il sindacato non ne esce benissimo e vive uno dei momenti più difficili della propria storia”. Ferrarese spiega che questo romanzo lo aveva scritto circa dieci anni fa. Era pronto, ma nessun editore lo aveva preso in considerazione. Poi una serie di fortunate coincidenze, l’originalità del tema e della stesura accompagnate a uno stile essenziale, chiaro e incisivo hanno permesso che uscisse quest’anno: “Penso che in un certo senso – prosegue l’autore laureato in Filosofia con una tesi su Max Stirner e l’anarchismo – il romanzo sia più attuale oggi che dieci anni fa. Perché oggi sono ancora più evidenti i segni lasciati da quella marcia, intesa come evento simbolico. Da quel 14 ottobre 1980 è crollato un bel pezzo di muro che proteggeva il lavoro, i lavoratori e i loro diritti e le cose sono andate sempre peggiorando: prima l’abolizione della scala mobile, poi la flessibilità, la precarietà”.

L’idea di mettere le mani su un tema poco trattato dal punto di vista letterario come quello della marcia dei Quarantamila e delle 35 giornate di Torino è venuta a Ferrarese dopo aver letto GB 84 di David Peace: “Pur conoscendo i fatti che tratto nel libro – spiega – non avevo pensato di farne un romanzo fino a quando non ho letto quel libro, che parla dei giorni di sciopero e protesta dei minatori inglesi nel 1984 contro l’allora primo ministro Margaret Thatcher. Nella mia mente si è creato subito un parallelismo fra questi fatti e quelli di Torino. Anche in Inghilterra quelle proteste hanno rappresentato una sorta di sconfitta della classe operaia e da lì in avanti, come in Italia, è stato un susseguirsi di cancellazioni di diritti dei lavoratori che hanno reso il lavoro sempre più precario. Anche se una differenza netta, a mio giudizio, c’è: in Inghilterra si trattò di una lotta di popolo, mentre in Italia la lotta fu di classe”.

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