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Life

Instabili, stressati e sovraccarichi. Per la GenZ lavorare è estenuante

Instabili, stressati e sovraccarichi. Per la GenZ lavorare è estenuante

Irene, 23 anni, lavorava da pochi mesi per un’agenzia creativa, quando dentro di lei è iniziata la tempesta. "Ogni volta che il telefono squillava, ogni volta che arrivava un messaggio su Whatsapp, percepivo una sensazione di ansia mista a nausea", ci racconta, "mi sentivo inondata di responsabilità ma, allo stesso tempo, non volevo mai dire di no. Arrancavo, ma ci tenevo a fare una buona impressione”.

Disconnettersi, certi giorni, le sembrava impossibile. A volte le mail giungevano oltre le otto ore lavorative: “Desideravo soltanto portare a termine i miei compiti, ma la fine non arrivava mai. Perfino uscire con gli amici era diventata un’impresa. Con la casella mail attiva sullo smartphone, ero perennemente in tensione, preoccupata dal fatto che avrei potuto ricevere un messaggio da un momento all’altro". Irene ci ha provato, ha tenuto duro, finché si è resa conto che la tempesta andava placata: era a un passo dal burnout, doveva dimettersi.                                                               

Quello della 23enne non è un caso isolato. Sono sempre di più i dipendenti giovani, giovanissimi, che si sentono sfiniti, avvertono calo dell'efficienza lavorativa, aumento del distacco mentale, cinismo rispetto al lavoro, anche nelle prime fasi della loro carriera: lo dicono i dati. Un sondaggio realizzato lo scorso anno dal sito web di lavoro Indeed ha mostrato che, tra le varie generazioni, i millennial e i lavoratori della Gen Z (categoria ampia, che raggruppa i nati tra la fine degli anni Novanta e l’inizio degli anni Dieci del XXI secolo, ndr) riportano i tassi di burnout più alti, rispettivamente al 59% e al 58%. In particolare, i dati riguardanti gli “Zers” sono risultati in rapida crescita: nel 2021, il 47% di loro ha dichiarato di sentirsi esausto, rispetto al 53% dei millennial. Una ricerca citata dal Daily Mail afferma che il 46% dei lavoratori di età compresa tra i 18 e i 25 anni si sentono “affaticati” dopo una giornata trascorsa in ufficio, in fabbrica o a lavorare in un negozio di vendita al dettaglio. 

A confermare la tendenza giunge uno studio condotto quest’anno da Asana, piattaforma americana di gestione del lavoro web, che rivela come i lavoratori della Gen Z segnalino di essere maggiormente afflitti da burnout rispetto agli altri gruppi di età presi in esame. I dati globali trovano raffronto nel nostro Paese: un lavoratore italiano su 2 denuncia malessere psicologico sul lavoro, secondo una recente ricerca Doxa per Mindwork, società italiana di consulenza psicologica online specializzata in ambito aziendale. Sono proprio i lavoratori e le lavoratrici più giovani a mostrare una maggior propensione a lasciare il lavoro a causa di burnout e malessere emotivo: il 49% degli under 34, infatti, si è dimesso almeno una volta per preservare la propria salute mentale. La tendenza è in aumento di 5 punti percentuali rispetto al 2020, dicono i numeri di Doxa. La generazione maggiormente colpita è quella degli under 35 anche secondo una ricerca di Bain & Company, da cui risulta che i giovani lavoratori italiani sono i più stressati in Europa e fra i più stressati a livello globale dopo giapponesi e brasiliani.

Ma perché per i giovanissimi il lavoro può rivelarsi tanto estenuante? Kim Hollingdale, docente di psicologia presso la Pepperdine University della California e psicoterapeuta interpellata dalla Bbc, osserva che lo stress pandemico ha causato tassi più elevati di burnout in tutte le fasce d’età, ma che in questo momento è la Generazione Z a soffrire di più. Le cause vanno dalla mancanza di potere sul lavoro all'instabilità finanziaria, fino alla normalizzazione dell’iper-lavoro e all'incapacità di rilassarsi. Sebbene tutte le generazioni debbano affrontare grossi carichi di lavoro – evidenzia l’esperta – la Gen Z ha meno potere di stabilire confini e dire di no ai compiti.

Uno dei fattori di maggiore stress è economico. Un sondaggio Deloitte del 2021 mostra che il 41% dei millennial e il 46% dei Gen Z intervistati si sente logorato dalla propria situazione finanziaria. Ovviamente anche i lavoratori più anziani hanno vissuto criticità simili all'inizio della loro carriera, ma la professoressa Hollingdale evidenzia che il problema è più acuto in questo momento storico. Il costo della vita, infatti, continua a salire in tutto il mondo molto più velocemente degli stipendi. Basti pensare che, riporta la Bbc, negli Usa i prezzi medi delle case sono aumentati del 121% dal 1960 al 2017, mentre il reddito familiare medio è cresciuto solo del 29%. Così, per pagare le bollette e avvicinarsi ad obiettivi come la casa di proprietà, i ragazzi si sentono spinti a cercare guadagni extra con lavori aggiuntivi, aumentando le possibilità di burnout. 

Uscire dal malessere non è facile. “Il burnout e i comportamenti che lo accompagnano non sono qualcosa che si può curare con una vacanza”, ha affermato Anne Helen Petersen, autrice di Can't Even: How Millennials Became the Burnout Generation, un saggio sul tema. “Non è limitato ai professionisti che operano in ambienti a elevato tasso di stress. E non una condizione temporanea: è la condizione dei millennials. È la nostra temperatura di base. È la nostra musica di sottofondo. È la nostra vita”. Va notato che le considerazioni di Petersen, che parlano dei millennials come generazione più colpita dalla condizione, sono vecchie di qualche anno: ai tempi, infatti, una grande fetta dei Gen Z non aveva ancora fatto il suo ingresso nel mondo del lavoro. Oggi quella “temperatura di base” e quella “musica di sottofondo” appartengono anche a loro, ma con una differenza che fa ben sperare: i lavoratori più giovani hanno dalla loro parte una maggiore consapevolezza del problema e desiderio di affrontarlo. I dati della piattaforma Asana, infatti, evidenziano che gli “Zers” si sentono maggiormente a loro agio nel discutere di burnout e malessere psicologico con i propri capi: secondo gli esperti, questo potrebbe generare un cambio di paradigma all’interno degli ambienti di lavoro e migliorare le iniziative delle aziende per aumentare il livello di benessere dei dipendenti e/o per ridurre lo stress. 

Ma condividere e parlare delle proprie difficoltà è importante, a prescindere dall’età. “È importante sottolineare che in caso di ricerca di una nuova posizione lavorativa, il 73% delle persone dichiara di preferire un’azienda attenta al benessere psicologico delle sue persone, anche laddove il livello di stress attualmente percepito dalla persona sul proprio lavoro sia basso. Questo dimostra una crescente sensibilità alla necessità di un ambiente di lavoro sano”, spiega Biancamaria Cavallini, psicologa del lavoro e customer success manager di Mindwork. Purtroppo spesso le aspettative si scontrano con la realtà: il 40% degli intervistati italiani per il sondaggio Doxa ha riferito di non sentirsi libero di parlare del proprio malessere emotivo nel suo luogo di lavoro. In continuità con i dati 2020, l’ambiente di lavoro si è confermato il luogo meno adatto ad esprimere il proprio disagio, anche tra coloro che si sentono invece tranquilli nel condividere il proprio malessere tra le mura domestiche. La salute psicologica fatica ad essere normalizzata in azienda, sebbene sia una necessità urgente: una persona su tre dichiara di essersi assentata dal lavoro a causa di malessere emotivo, dovuto a eccessivi carichi di stress e ansia, che non riusciva più a sostenere.         

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