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Dossier

“Per ridare stabilità al sistema alimentare ci vuole l’agroecologia”. Intervista ad Andrea Illy

“Per ridare stabilità al sistema alimentare ci vuole l’agroecologia”. Intervista ad Andrea Illy

“Oggi si parla molto della necessità di sbloccare le rotte del grano. Ma la guerra in Ucraina ha fatto emergere solo la punta dell’iceberg di una crisi alimentare strettamente legata alla crisi climatica. Se si vuole evitare che l’Africa si avviti in una lunga carestia bisogna trovare soluzioni perché quei Paesi possano arrivare alla sovranità alimentare”. Andrea Illy è oggi a Roma per parlare all’Ifad di lavoro e innovazione nell’era del climate change. Porta le proposte della Regenerative Society Foundation, la fondazione nata nel settembre 2020 che presiede assieme a Jeffrey Sachs, l’economista della Columbia University.

Quello della Fondazione per la rigenerazione è però un punto di vista largo, che si proietta in tempi lunghi e richiede intese complesse. Mentre il blocco del grano è un colpo allo stomaco che potrebbe essere risolto rapidamente da un accordo: calamita l’attenzione. Non c’è il rischio che i problemi dell’oggi distraggano da quelli di domani? “Nei fatti questa contrapposizione non esiste: primo perché il problema climatico è già un problema dell’oggi; e secondo perché per risolvere efficacemente i problemi immediati bisogna inquadrare le soluzioni in un contesto di lungo periodo”, risponde Illy. “Tutti auspichiamo la fine della guerra in Ucraina. Ma la malattia di base è un’altra e non dipende dal conflitto: l’agricoltura convenzionale, quella che fa largo uso di chimica di sintesi, di colture intensive, è alle corde. Non riesce più ad aumentare la produttività. E nel frattempo i costi aumentano, l’impennata dei prezzi dei fertilizzanti, sempre collegata alla crisi ucraina, è l’ultima dimostrazione della fragilità del sistema”.

Le difese si abbassano, le minacce crescono. I rischi per le colture continuano ad aumentare per molti motivi: dall’impennata delle temperature che facilita una maggiore diffusione di insetti nocivi alla crescente resistenza dei patogeni agli insetticidi. “Oggi il 50% delle calorie consumate a livello globale deriva da tre cereali: riso, mais e frumento”, continua Illy. “Sul pianeta abbiamo 4.500 piante edibili che potrebbero essere coltivate a vantaggio della nostra salute e della biodiversità, ma si procede verso una progressiva omologazione delle colture che è diventata un fattore di rischio sempre più importante”. A metà del diciannovesimo secolo, quando la peronospera attaccò e distrusse il raccolto delle patate su cui si basava l’agricoltura irlandese, un milione e mezzo di persone morì e un milione fu costretto a migrare su una popolazione di 8 milioni: un disastro che oggi potrebbe riproporsi con dimensioni continentali.

Di fronte a questo rischio è meglio puntare tutto su una tecnologia che ci consenta di prendere le distanze dagli ecosistemi in declino, oppure scommettere sul risanamento degli equilibri che abbiamo sconvolto? “L’obiettivo della nostra Fondazione si riassume in due parole: One Health. La nostra salute e quella del pianeta coincidono”, risponde Illy. “Decarbonizzazione, economia circolare, rivitalizzazione del capitale naturale sono processi che portano a ottenere benefici su tutti i fronti: ripristinando gli ecosistemi si crea valore perché aumentano sia la stabilità degli ecosistemi che il nostro benessere”.

La chiave di questo progetto è la rigenerazione dei suoli, provati da decenni di sfruttamento intensivo e di uso massiccio di pesticidi e fertilizzanti che hanno contribuito a un inaridimento delle terre giunto a una dimensione allarmante. La Global Soil Partnership della Fao, calcola che un terzo del totale il suolo terrestre è già degradato e che questa percentuale potrebbe salire al 90% entro il 2050.

“La soluzione è l’agroecologia. Noi la stiamo sperimentando con successo anche per la produzione del caffè - che è una di quelle a rischio per motivi climatici - in vari Paesi, a cominciare da Brasile, Etiopia, Guatemala. Avere meno residui di agrochimica significa avere un suolo più ricco, più fertile, e quindi piante che hanno più difese naturali”, propone Illy. “Ci sono anche molti progetti analoghi in campo non alimentare, ad esempio nel settore della cosmesi: il Rodale Institute, ad esempio, li porta avanti da decenni in Pennsylvania”.

In Africa la Regenerative Society Foundation è impegnata in Kenya, l’unico Paese che ha inserito un target per la copertura arborea nella sua Costituzione. Il progetto mira a creare una rete di comunità rurali interconnesse via web in grado di aggregare grandi quantità di prodotti di alta qualità per la vendita sui mercati nazionali e internazionali. I piccoli agricoltori si organizzano in 'e-coop' per creare sistemi agricoli che offrono anche servizi infrastrutturali come istruzione, accesso al mercato, credito, acqua pulita proveniente dalla depurazione delle saline e dei rifiuti alimentata da energia solare, biotracciabilità dei prodotti. Benefici certificati da una “etichetta rigenerativa” che potrebbe consentire ai piccoli agricoltori di accedere al mercato dei crediti di carbonio. Dall’agricoltura di sussistenza all’agricoltura di filiera basandosi su risorse locali.

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