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L’evoluzione del personaggio di Eleven dalla prima alla quarta stagione di Stranger Things

Stranger Things

Stranger Things cresce. Ogni stagione segna un passaggio fondamentale per ognuna delle sue caratteristiche. L’horror anticipato nella prima stagione è presto diventato più cupo, lasciando lo spazio a un tipo di terrore che si è distaccato dal celebre Piccoli Brividi per avvicinarsi al cult horror It. Le biciclette adesso si muovono più velocemente per scappare da dei pericoli che non possono più essere contenuti, e che non si risolveranno soltanto tramite l’ausilio delle luci. Stranger Things ha per questo avuto un piano d’attacco chiaro fin dall’inizio: ha segnato il proprio inizio consapevole di voler fare tutto con calma, senza fretta, lasciando che l’evoluzione e la crescita si configurassero in modo graduale, naturale. E’ con questa spontaneità che i Duffer, d’altronde, stanno scrivendo una delle pagine più belle della serialità degli ultimi anni. Con la consapevolezza che dei grandi risultati abbiano bisogno di dedizione, i due fratelli non hanno paura del tempo che passa, convinti che un prodotto come Stranger Things possa avere la meglio anche se tra una stagione e l’altra passano ben tre anni e mezzo. Questo è quel che è successo, ma per noi è andato bene così. Questo è il potere di un buon prodotto: fa dimenticare l’attesa, rivelandosi anche al di sopra delle aspettative che in questi anni abbiamo accumulato. Sbagliare era un’operazione semplice, stupirci – con tutti i castelli che ci eravamo creati – un po’ meno. La magia è però stata compiuta, riuscendo a restituirci una quarta stagione matura, capace di mostrare la differenza in termini di crescita. Insieme alla storia, ovviamente, sono riusciti a evolvere anche i personaggi che, nel frattempo, stanno lentamente abbandonando le biciclette per passare alla guida delle auto. Non eravamo pronti a vederli così cresciuti e, soprattutto, consapevoli. Ma questo è quello che succede nella quotidianità, e Stranger Things non vuole privarsi di questo aspetto così reale e naturale della vita. Se nella maggior parte delle Serie Tv, dunque, i personaggi ci sembrano avere sempre le stesse età, in questa riusciamo a vederli crescere assistendo alle vicende tramite cui riescono a scrivere la storia della loro adolescenza. Ma tra tutti, di certo, spicca senza dubbio la crescita di Eleven, una bambina che lentamente diventa adulta. L’esperimento di laboratorio che impara l’umanità più di qualunque altro essere umano.

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La prima stagione di Stranger Things comincia annunciando Eleven come un esperimento da laboratorio dalla dubbia emotività. Sente, non sente? Pensa e, se lo fa, cosa pensa? Ha idea di cosa sia un abbraccio? Parla, scrive? Ha l’animo di una bambina o non sa cosa sia un palloncino? E’ capace di amare?

Ognuna di queste domande si imponeva come fondamentale. Bramavamo la risposta, un segnale da parte di Eleven capace di farci capire cosa ci fosse dentro la sua testa. Se lo chiedevano tutti. Le domande e la questioni lasciate in sospeso erano così tante che hanno portato Dustin e Lucas a non fidarsi di lei, non subito almeno. L’unica persona capace di andare oltre, anche prima di noi, è stato Mike, colui che inconsapevolmente è riuscito a rispondere a molte delle domande che ci siamo inizialmente posti.

Eleven fino a quel momento era un numero di serie, un esperimento da laboratorio che la faceva sentire un fenomeno da baraccone. Non aveva mai sentito dentro di lei la sensazione di essere amata, tanto da chiamare papà colui che la imprigionava. Per lei, nonostante tutto, quello era il nome da utilizzare, anche se non c’entrava nulla con la realtà. La definizione di padre non vede un uomo spingerti fino all’impossibile per vedere se resisti, ma uno che cerca di difenderti. Con il tempo Eleven imparerà cosa significhi davvero questo appellativo. Che a volte sia insopportabile perché ti dà un orario o ti chiede di mantenere la porta aperta di 10 centimetri. Ma per arrivare a queste consapevolezze Eleven ha dovuto combattere contro un’oscurità che alla fine si è rivelata troppo anche per i grandi, facendo più vittime che sopravvissuti.

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Ed è così che Eleven impara lentamente cosa sia bene e cosa sia il male. Nessuno le aveva mai insegnato ad amare. Gli insegnamenti che aveva ricevuto erano tutti di natura rabbiosa e avevano come unico intento quello di ficcarle una mano sul petto per vedere che cosa si potesse cogliere. Una parrucca bionda è tutto quello che le serve per iniziare, almeno per quei momenti, a sentirsi quel che davvero è e che non era mai stata fino a quell’attimo: una bambina. Impara a parlare, a vivere di cose di cui non si era mai cibata fino a quel momento. Ha avuto bisogno di tempo anche per adattarsi a quella sensazione sconosciuta che la vedeva protagonista di momenti di leggerezza. La sua amicizia con Mike le ha permesso di addentrarsi all’interno di un mondo in cui si cammina in bici contro il vento, e non aggrappandosi alle pareti mentre il naso cola.

Mike è stata la chiave, e poco importa il sentimento d’amore che li ha legati fin da subito. Lui è divenuto il suo Virgilio, la guida di un mondo che Eleven non conosceva. Le ha permesso di scoprire non solo i sentimenti o l’amicizia, ma anche cose più radicate e profonde come l’educazione, la differenza tra giusto e sbagliato, il rispetto, il senso del limite. Le ha concesso la possibilità di ricominciare la propria vita e, soprattutto, le ha dato l’occasione di far parte di una famiglia.

Fino a quel momento Eleven confondeva la famiglia con una troupe di scienziati, gli ordini con i consigli. Addentrarsi nel mondo quotidiano le ha permesso di scoprire l’amore di Joey per Will, la naturalezza dell’istinto di protezione di un genitore. Mentre guardava tutto questo, però, era ignara del fatto che – solo qualche tempo dopo – avrebbe incontrato la stessa fortuna avvicinandosi a una persona che aveva bisogno di lei tanto quanto lei ne aveva di lui, e non per degli esperimenti. Tutt’altro. Ne aveva bisogno di per ricominciare, per proteggere, per imparare di nuovo l’arte dei sentimenti.

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Ed è così che Eleven aggiunge un nuovo tassello alla sua crescita, scoprendo cosa sia davvero un genitore, cosa sia la protezione, la redenzione. Per la prima volta con Hopper viene a contatto con delle regole, e non con degli ordini, due cose che – senza la sua esperienza – possono sembrare dei sinonimi, ma che non lo sono.

Ancora una volta Eleven cresce, diventando di fatto non solo la protagonista di Stranger Things, ma anche una bambina che impara a diventare grande partendo dalle basi. Nessuno forse sarebbe davvero riuscito a scommettere sulla sua crescita reale, ma lei è si dimostra in grado di saper stupire. Dall’acquisizione della parola Eleven passa a quella dei sentimenti, dei limiti, del rispetto. Riesce a sgrassarsi di dosso la negatività per favorire la delicatezza, anche se questa non è mai stata protagonista della sua natura. Impara a imprigionare dentro di sé non soltanto i pregi, ma anche i difetti tipici di ogni essere umano: la sana gelosia, l’immaturità tipica di un adolescente, l’irrazionalità. Raccoglie ognuna di queste cose, e le fonde con qualcosa di più grande, capace di garantirle – almeno negli sprazzi di vita quotidiana – la sensazione della normalità, un concetto purtroppo labile all’interno della sua vita, e il finale della terza stagione – con il conseguente inizio della quarta – non fa eccezione a questa regola.

Eleven perde Hopper, e deve anche allontanarsi dalla quotidianità a cui stava imparando ad abituarsi. Insieme a Will si prepara a vivere una nuova realtà, anche se questo significa mettere in crisi il suo equilibrio emotivo.

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La quarta stagione si pone a noi in modo onesto, senza alcuna indifferenza rispetto a quello che Eleven è stata ed è diventata. I Duffer sono consapevoli di aver creato un personaggio dal complesso vissuto, cosa che li spinge a rendersi di conto di non poter ignorare che – anche se oramai è quasi inesistente – una parte di Eleven non può scrollarsi di dosso la rabbia che quello che ha vissuto le ha trasmesso. Come detto, non è una parte rilevante. E’, piuttosto, come un vulcano in vita.

Ristringere la mano di Eleven, questa volta, significa venire a contatto con una persona che è nel pieno della propria consapevolezza. Ha ben chiaro quel che ha passato e, soprattutto, ha ben chiaro quel che ha perso. Avverte sulla sua pelle e dentro di sé ognuna delle battaglie che ha combattuto, ed è consapevole che è a causa di queste che ha perso, ancora una volta, un genitore. Dentro di lei si fanno dunque spazio sentimenti e sensazioni discordanti capaci di farle provare una sensazione che, nelle altre stagioni, sembrava aver finalmente sconfitto: la vergogna. Il suo processo di auto-accettazione sembra essere andato a fuoco, sembra essere completamente distrutto. In se stessa vede il risultato di un esperimento non riuscito, la cavia umana che si rivela dannosa. Dimentica di volersi bene e, per non sentire il peso di non sentirsi più amata dagli altri, inventa una realtà parallela in cui è felice. Non lo fa per Mike, lo fa per sé. Per crearsi un mondo all’altezza della rivalsa che merita.

Ed è così che Eleven torna in campo facendo quel per cui è nata. Torna dentro il laboratorio, quasi con naturalezza. Riesce a percepire le sensazioni che ha già vissuto, ma stavolta in maniera diversa, consapevole. Eleven è tornata da dove è scappata, ma soltanto per mettere fine a una storia che dura da troppo a lungo.

Stavolta non sarà una vittima. Sarà di nuovo, e ancora, un’eroina.

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