Quando eravamo cyborg

Di come, nella moda, gli organismi cibernetici sono diventati figure nostalgiche
Quando eravamo cyborg
Peter White/Getty Images

La moda, quando agisce al meglio delle sue possibilità, immagina umani e mondi alternativi, auspicabili o distopici che siano. Per questa ragione, nel corso del ’900 sono innumerevoli le occasioni in cui i designer hanno flirtato con immaginari letterari ed estetici, tanto di ricerca quanto spudoratamente pop, che in forme diverse hanno esplorato ipotesi attigue.

La scienza (intesa sia come disciplina che come “estetica della scienza”) e la fantascienza hanno avuto un ruolo centrale in questi confronti. Dagli anni ’50 e ’60, in cui l’impatto e la rilevanza dei programmi di esplorazione spaziale hanno dato vita a un intero stile che ha preso il nome di Space Age, grazie al lavoro di creativi come Rudi Gernreich, André Courrèges, Paco Rabanne e Pierre Cardin, passando alla fascinazione cibernetica e cyberpunk degli anni ’80, fino alle sperimentazioni e alle ibridazioni sui materiali e sulle tecnologie indossabili e applicabili ai capi su cui tuttora si lavora ampiamente.

Fino a solo qualche stagione fa, questo tipo di ricerca si rifletteva in una presenza variabilmente massiccia ma sempre riscontrabile di collezioni o singoli capi che manifestavano in maniera chiara e visibile l’idea del corpo futuro come corpo cyborg, come organismo cibernetico, citando i due termini da cui deriva la parola macedonia.

La settima arte, dai B-movie apocalittici e proto-horror degli anni ’50 e poi con l’enorme quantità di titoli spaziali e sci-fi dei ’60, l’inquietudine extra-terrestre e organico-colonialista di filoni come Alien e poi epopee cyborg vere e proprie come Blade Runner, Terminator o RoboCop, ha dimostrato quanto il tema sia stato oggetto culturale di larghissimo consumo e di successo commerciale per decenni.

Thierry Mugler è stato forse il designer che più di tutti e con una pervasività pop capace di entrare nell’immaginario collettivo come nessun altro, ha fatto proprio il ruolo del cyborg, rielaborandolo in forme diverse in un susseguirsi di collezioni, dalla versione lussuosa e decadente, potenziata e muscolare delle tute di Star Trek della metà degli anni ’80, agli androidi ipersessualizzati in plexiglas e metallo degli anni ’90, in cui i corpi diventavano superfici lisce e riflettenti e non senza ironia la pelle diventava carrozzeria.

Negli anni ’90 Alexander McQueen si spinge con le sue messinscene teatrali verso derive inquietanti e tragiche, in cui il corpo e la macchina si straziano a vicenda. E dove l’umano è costretto a fare i conti con l’altro lato dell’industria, fatto di rifiuti, scorie e liriche contaminazioni batteriche o nucleari.

In quegli stessi anni, con una pulizia formale magistrale, Hussein Chalayan inizia un percorso che mette insieme moda, tecnologia, architettura e product design, ingegnerizzando abiti che oggi potremmo definire domotici.

Peter White/Getty Images

Nel mentre, la teoria cyborg e il cyberfemminismo della studiosa statunitense Donna Haraway inseriscono la speculazione sulla contrapposizione uomo-macchina in un più ampio discorso sul binarismo identitario, sessuale e di genere. In cui con un punto di vista intersezionale, il cyborg diventa l’emblema di una terza via per la liberazione dai dualismi della storia. 

E oggi? Gli ultimi segnali di fascinazioni cibernetiche nella moda si sono visti prima della pandemia, quando Gucci aveva dedicato uno show intitolato Cyborg proprio al lavoro di Haraway, in cui i modelli portavano con sé riproduzioni iperrealiste delle proprie teste, doppelgänger identitari tra Caravaggio e il Grand Guignol.

Nella Fall/winter 2022 di Rick Owens, unicum nel panorama contemporaneo nonché antesignano dell’eliminazione totale della correlazione tra forme, volumi, colori e generi, ha realizzato una serie di look in cui si mescolano oscure ispirazioni egizie, e il luminoso minimalismo di Dan Flavin. Cyborg in forma minima, in cui gli umani si ibridano con qualcosa che sta a metà tra l’arte contemporanea e l’abat-jour. 

Oppure c’è MM6 Maison Margiela che nella Resort 2023 ha usato l’ormai antico codice metallico che si spalma sui vestiti come una pellicola, rimando a un’idea di futuro lontanissima, uomini di latta immaginati da Fritz Lang e poi passati in una centrifuga discotecara Studio 54 e warholiana. 

Il resto della moda invece, dopo questi anni di distanziamento, pensa al futuro come corpo organico liberato. Corpo di carne, corpo biologico, corpo nudo senza dispositivi di protezione, che viene mostrato oppure stampato sulle magliette come trompe l’oeil come fanno Glenn Martens da Y/Project e Jonathan Anderson da Loewe. Corpo che si rivendica non-cyber e non-crypto e che ha bisogno di essere riconquistato prima di poterlo di nuovo pensare tecnologico.