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No all’impunità per Shireen Abu Akleh. Gli attacchi israeliani al suo funerale rendono urgente la nostra vigilanza.

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Il 29 dicembre 1925 i funerali di Anna Kuliscioff a Milano furono attaccati da gruppi di fascisti che strapparono i drappi, calpestarono le corone, picchiarono i militanti socialisti, tra cui il futuro leader Pietro Nenni.

Quando ho visto le immagini del funerale di Shireen Abu Akleh attaccato da agenti israeliani (e anche da persone in borghese) per strappare le bandiere palestinesi non ho potuto non pensare a quel lontano evento di storia italiana.

Anticipo le rimostranze: paragoni i fascisti ai soldati israeliani? No, i paragoni storici non reggono. È passato un secolo, una Guerra Mondiale, la Shoah, la naqba, le “intifade”…

C’è però una linea rossa etica, perfino antropologica, che quando si supera non c’è paragone o giustificazione che regga: ed è quello che i morti si rispettano. A Bucha come a Gerusalemme.

Rivedete quelle immagini: la bara della giornalista che ondeggia paurosamente sotto gli attacchi di uomini in divisa, gli sguardi attoniti di chi piangeva una parente, un’amica. I manganelli agitati sulle teste delle persone, la bandiera palestinese sequestrata da un zelante poliziotto.

I morti si rispettano. Ma Shireen Abu Akleh non è stata rispettata neppure il giorno stesso del suo assassinio: cosa sono andati a fare a casa sua gli agenti israeliani? Dovevano essere semmai sul luogo dell’omicidio a raccogliere indizi su chi ha sparato in testa alla giornalista di Al Jazeera, non a casa sua. Ma il governo Bennet aveva già cominciato l’opera propagandistica: forse la giornalista è stata uccisa dai palestinesi…

Con questi precedenti l’annunciata indagine israeliana per sapere cosa è successo a Jenin appare fortemente condizionata da un atteggiamento pregiudiziale. Speriamo di essere smentiti. Ma il passato non autorizza ottimismo.

Dal 2018 la Federazione Internazionale dei Giornalisti ha contato 144 colleghi palestinesi feriti dalle forze armate israeliane. “In nessun caso – scrive Reporter sans frontierssono stati individuati i colpevoli”.

Ne sappiamo qualcosa anche noi italiani. Esattamente vent’anni fa a Ramallah è stato ucciso con sei colpi di fucile Raffaele Ciriello. Stava documentando un’operazione dell’esercito israeliano e quando è stato ucciso si trovava dalla parte palestinese. Vicino a lui c’era Amedeo Ricucci il quale ha ricordato che nessun palestinese aveva sparato contro i soldati israeliani che invece avevano puntato contro i due reporter.

I governi israeliani si sono limitati ad esprimere cordoglio per il giovane fotoreporter Raffaele Ciriello. D’altra parte, come Stati Uniti e Russia, anche Israele non ha accettato la giurisdizione della Corte Penale Internazionale e i propositi di internazionalizzare le indagini sulle violenze del conflitto israelo-palestinesi sono destinate a finire sul binario morto dell’impunità.

Quindi ci arrendiamo alle uccisioni di giornalisti nei conflitti come se fosse un rischio del mestiere? No, anche se, purtroppo, è vero che da tempo non ci sono più le “guerre di una volta”, quando era abbastanza chiaro dove fosse la linea del fuoco: nelle guerre moderne quell’aspetto, che non è solo territoriale, è saltato, rendendo più rischioso il lavoro degli inviati. Un’inchiesta indipendente, con rappresentanti dei giornalisti, come proposto dai sindacati internazionali della categoria, sarebbe utile e dovrebbe essere accolta ufficialmente anche dalla Fnsi e dall’Odg: non manderà alla sbarra i colpevoli, ma eviterà che i giornalisti vittime della guerra vengano uccisi due volte.

Come è successo oggi a Gerusalemme a Shireen Abu Akleh.

 

 

 

(Foto Corriere.it)


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