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I “vinti” di Matteo Righetto, fra violenza arcaica e fatica di vivere. ‘La stanza delle mele’, ed. Feltrinelli

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Corre Giacomo, scappa veloce come uno stambecco, come una lepre braccata, cade fra i sassi gelidi della grandine, inseguito dalla tempesta, dal vento che piega gli alberi, dai tuoni che fanno vibrare la terra. Discende a precipizio il Triòl dei Mòrc, il Sentiero dei Morti, con il cuore che picchia contro il torace dalla paura – con la coscienza che di quel terrore non si libererà più perché non lo potrà confidare a nessuno –, fuggendo dal Bosch Negher e dall’ombra gigantesca dell’impiccato portato qua e là dalla forza del temporale, come se la furia delle nuvole nere volesse strapparlo all’albero a cui era appeso.

Cade e si rialza, e cade di nuovo, con il fiato spezzato, quasi si getta verso Daghè, minuscola frazione di Livinallongo – tre case e tre famiglie di contadini e allevatori – racchiusa fra le creste della Marmolada e del Col di Lana, fino a raggiungere il maso del nonno Angelo Nef, che lutti e povertà hanno trasformato in un uomo dispotico e crudele, piagato da una disperazione che si avvita malignamente su se stessa, sprofondandolo in sopori alcolici lacerati da urla e lacrime.

Nef discende dai padri bestiali di Federigo Tozzi, e dei tre nipoti che si è trovato ad allevare nella miseria a causa della scomparsa del figlio sul fronte russo, durante la seconda guerra mondiale, e della morte della nuora, prende di mira il più piccolo e sensibile, Giacomo, convincendosi a torto che sia nato da un adulterio.

I lavori più faticosi vengono sempre affidati al bambino: se devono essere concimati i campi d’altura è lui a dover riempire la pesante gerla più e più volte e a portarla sulle spalle per spargere il letame con le mani sul terreno, dopo un lungo cammino.

Il rifugio del ragazzino, la sua “casa sull’albero” o per meglio dire la fenditura che gli permette di abbandonare per un po’ – ore o giorni – una condizione altrimenti insostenibile, è paradossalmente il magazzino delle mele selvatiche dove il nonno lo rinchiude quasi ogni giorno dopo averlo massacrato a colpi di bastone per motivi futili o inesistenti. Lì, in mezzo al profumo dei frutti e del legno, decantano persino i dolori alle ossa che perseguiteranno Giacomo per tutta la vita. Curati dalle statuine di animali che il ragazzo intaglia di nascosto nel cirmolo con gli strumenti avuti da un artigiano, e dagli albi dell’Intrepido in cui si immerge.

Matteo Righetto

Il lessico curatissimo e potente di Righetto – asciutto e lirico, capace di evocare le mutazioni della luce allineandosi al pathos della tradizione romantica europea, e nello stesso tempo far rivivere, pietra su pietra, il mondo addolorato della popolazione ladina negli anni ’50, con una precisione fiamminga, che nel momento stesso in cui nomina un oggetto lo trasfigura – si piega sulle figure umane che abitano le pagine de La stanza delle mele senza perdere mai la misura. E alcuni personaggi risultano difficilmente dimenticabili, in particolare Katharina Thaler, la cacciatrice vestita di pelli nei cui occhi brilla un lontano riflesso di Ben Gunn, e la vecchia Frida, la nonna di Giacomo, incurvata a terra dalla fatica di vivere, asservita a un dio odioso e lontano che il bambino rifiuta e a un marito-padrone di cui si sente l’appendice servile. Morirà due settimane dopo Angelo, distesa nel pollaio con la faccia in giù, privata dal Fato del proprio ruolo, e con esso della ragione stessa di (non) esistenza.

Con Frida svanisce l’unico essere che ha fatto avvertire a Giacomo il sapore della dolcezza e delle leggende, del cibo cucinato con amore e della mitezza. Il maso di famiglia diventa una proprietà della diocesi – l’avidità della chiesa è uno dei temi del romanzo –, e i tre fratelli separati e deportati in collegi cattolici. Giacomo, votato a una solitudine aspra e dolente, riuscirà comunque a salvarsi e a diventare uno scultore ammirato e, nelle ultime pagine attraversate dalla bora bianca di Venezia, a chiudere il cerchio della storia, tornando a Daghé per riprendersi un gufo di legno e svelare il lontano mistero del Bosch Negher.

LA STANZA DELLE MELE

Editore:  FELTRINELLI

Data d’uscita: Aprile, 2022

Collana:  I Narratori

Pagine:  240

Prezzo:  18,00€

ISBN:  9788807034909

Genere:  Narrativa

 

Matteo Righetto è docente di Lettere, vive tra Padova e Colle Santa Lucia (Dolomiti). Ha esordito con Savana Padana (TEA, 2012), seguito dai romanzi La pelle dell’orso (Guanda, 2013), da cui è stato tratto un film con Marco Paolini, Apri gli occhi (TEA, 2016, vincitore del Premio della Montagna Cortina d’Ampezzo) e Dove porta la neve (TEA, 2017). Per Mondadori ha scritto la “Trilogia della Patria” – che comprende i romanzi L’anima della frontiera (2017), L’ultima patria (2018), La terra promessa (2019) – e, insieme a Mauro Corona, il “sillabario alpino” Il passo del vento (2019). La sua trilogia è diventata un caso letterario internazionale con traduzioni in molti Paesi, tra cui Stati Uniti, Gran Bretagna, Canada, Australia, Germania, Olanda. Per il teatro ha scritto Da qui alla Luna, prodotto dal Teatro Stabile del Veneto e portato in scena da Andrea Pennacchi. Nel 2019 ha ricevuto il Premio Speciale Dolomiti UNESCO.

I “vinti” di Matteo Righetto, fra violenza arcaica e fatica di vivere. ‘La stanza delle mele’, ed. Feltrinelli


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