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lunedì 9 maggio 2022

Il mondo capovolto dei Piraha la tribù che conta solo fino a 2

 

Due più due non riescono a farlo, ma si considerano il popolo più in gamba della terra. E forse, azzardano gli studiosi che si sono accaniti sul mistero della tribù che non conosce i numeri, hanno ragione loro, i Pirahã. 

La loro lingua non possiede le parole per esprimere quantità precise, la loro cultura si fonda su una memoria che non va più indietro di due generazioni, il loro universo si ferma lì dove il fiume Maici fa un' ansa e porta lontano dallo sguardo barche e forestieri. Lontano dagli occhi, dalla portata delle mani, dal raggio delle frecce, nulla conta e dunque nulla va contato. 

Sulla rivista "Science" lo psicologo cognitivo Peter Gordon ha presentato i risultati di una ricerca durata tre anni tra i duecento indios Pirahã superstiti, nella foresta amazzonica brasiliana. A nulla sono valsi, spiega lo scienziato, gli sforzi di insegnare loro i numeri, di spingerli a catalogare oggetti in insiemi quantitativamente coerenti. 
Chiamati a raggruppare noci, con grande fatica ne mettevano in ordine una, due, in alcuni casi tre. Piccolissimi mucchietti. Poi il caos. La matematica per loro è impossibile. 

Il motivo? Non hanno le parole sufficienti, le parole giuste, dice Gordon. Una sorta di conferma di quanto, più di sessanta anni fa, il linguista Benjamin Lee Whorf aveva ipotizzato: la lingua che ognuno di noi usa e conosce determina il nostro modo di pensare ...


I limiti del mio linguaggio - scriveva Wittgenstein - sono i limiti del mio mondo. Vale anche per i Pirahã, con la differenza che loro non parlerebbero di limiti, ma di forza. 

Secondo Daniel Everett, l' antropologo linguista che ha accompagnato Gordon nell'esperimento e che è considerato il massimo studioso dei Pirahã (con cui ha praticamente vissuto per ventisette anni e di cui parla perfettamente la lingua), questi indios non hanno di fatto maturato la necessità di cambiare il loro modo di pensare per assorbire il nostro perché ritengono che la loro cultura, la loro vita siano superiori a quelle degli «altri». 
Per duecento anni - spiega Everett - i Pirahã hanno barattato noci, gomma e legno con i bianchi brasiliani. Ma non hanno mai imparato il loro linguaggio. 

Ripetono una o due frasi, che sanno funzionare per avviare lo scambio di merci, ma non si sono mai curati di approfondirne il senso. I vicini Muras, una tribù che ormai padroneggia il portoghese, da loro sono considerati gente di serie B, falsi brasiliani. Insieme alla moglie Keren, Everett ha tentato di insegnare ai Pirahã almeno a contare fino a dieci. Il motivo era nobile: evitare che durante gli scambi con i mercanti gli indios venissero imbrogliati. Everett aveva portato con sé anche i figli di nove, sei e tre anni. Grande entusiasmo iniziale. 

Dopo otto mesi perfino la più piccola degli Everett riusciva a contare, i Pirahã si limitavano ai loro classici «uno», «due», «molti». O meglio «circa uno», «più di uno», «vari». Aiutarsi con le dita delle mani non se ne parlava nemmeno, per loro neanche i concetti di indice, pollice, anulare esistono. Se devono indicare lo fanno con tutto il braccio o con un cenno del labbro inferiore. 

Per spiegare se una cosa è grande o piccola si siedono e alzano un piede fino all' altezza dell'oggetto da valutare. Il problema è - ipotizzano gli studiosi - che in fondo a loro non interessa contare. Quando scambiano le merci, fanno dei cenni ai beni portati per il baratto dai brasiliani. Sanno che alcuni sono più onesti, altri meno, ma non saprebbero spiegare quanto questo o quello abbiano dato loro nell'ultimo affare. Talvolta cedono sacchi enormi di noci per un pugno di tabacco, altre volte danno pochissimo e pretendono litri e litri di whisky. Se sembra loro di aver ricevuto abbastanza alcol dal mercante «generoso» di turno prestano per qualche ora la moglie e le figlie, ma non permettono mai che qualcuno le porti via per sempre. 
Se a volte non sono proprio soddisfatti del baratto, tornano di notte da chi ritengono l'abbia imbrogliati e rubano il «giusto». Quello che conquistano lo tengono per poco, il possesso è un concetto che non padroneggiano alla nostra maniera. Dopo un pugno di ore si stancano delle cose e le gettano via, dimenticandosi anche di averle mai avute tra le mani. 
Magari ci dormono su. Un quarto d'ora, un'ora, massimo due. Mai di più. 

Concepiscono pisolini notturni e diurni indifferentemente, non un sonno lungo e continuato. Cosa che induce disperazione e stress tra gli antropologi che li studiano: i Pirahã trascorrono lunghe ore della notte a chiacchierare e a ridere rumorosamente tenendo svegli i ricercatori. 

Perfino la loro alimentazione sfugge a ogni pianificazione. Il cibo nella foresta è abbondante e loro sono ottimi cacciatori e pescatori, ma spesso si riducono alla fame e tengono a stecchetto i figli perché non hanno voglia di cercare pesce o uccelli. Quando decidono di mettere mano all' arco e alle frecce, allora le pietanze abbondano. 

Non si sognano però di fare scorte. «Le mie provviste sono nella pancia di mio fratello», dicono, e dividono quello che hanno cacciato. Per loro conta quello che accade qui, oggi, adesso. 

I loro tetti sono capanne che una folata di vento porta via e perfino dei nomi con cui si chiamano sono inquilini passeggeri. Li cambiano spesso perché, dicono, gli spiriti maligni se ne impossessano. La nostra scienza non si rassegna davanti a un popolo così diverso. 
Ma forse, semplicemente, non abbiamo le parole giuste per catalogarli.

Fonte: ricerca.repubblica.it


Daniel Everett è nato in California nel 1951.

Si laureò al Moody Bible Institute e, a ragione della sua spiccata capacità di padroneggiare le lingue, fu inviato presso il popolo amazzonico dei Pirahã. 
È lui ad aver fatto loro visita per primo nel 1977 come missionario con l'intenzione di imparare il loro linguaggio a sufficienza per tradurre il Nuovo Testamento ed evangelizzare il popolo indigeno.

Trent'anni dopo egli non è più un cristiano, tantomeno un missionario, ma in compenso è chair di lingua e letteratura alla Illinois State University, nonché una specie di celebrità nel circuito internazionale letterario. 
Il contatto con gli indigeni, che non credono nel paradiso e nell'inferno, e che non hanno alcuna parola per definire dio, gli fece gradualmente perdere fiducia nel cristianesimo, fino a diventare completamente ateo nel 1985.

Everett ha tuttavia atteso ben 19 anni per renderlo noto: quando si è deciso, la moglie ha chiesto il divorzio (non tralasciando di accusarlo di non aver saputo convertire i Pirahã) e due dei tre figli hanno reciso ogni contatto con lui.

Tutti i tentativi finora condotti per convertirli al cristianesimo sono miseramente falliti.


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